
Con Amor Sí… , Gerardo Rayo, 2024 (Xilografia)
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PRIMA PARTE
La notte del 24 settembre 2024, nella zona della movida milanese, una moto non si ferma all’alt di una pattuglia. Fares Bouzidi, 22 anni, è alla guida, seduto dietro di lui c’è Rami Elgamal, 19 anni. I carabinieri li inseguono per 8 chilometri a sirene spiegate. Nelle registrazioni si sentono i commenti dei militari: “Vaffanculo! Non è caduto!”. Poi, riescono a farli schiantare contro un semaforo, Ramy muore sul colpo. Una volta data la notizia dell’abbattimento, arriva la risposta, glaciale, di un collega: “Bene”. Dopo la caccia all’uomo, sembra di trovarsi di fronte a un’esecuzione. La crudeltà della vicenda ci porta a interrogarci sulle origini di tale cattiveria: quali sono le radici del male? Gli uomini seduti nella volante dei carabinieri sono degli squilibrati, dei sociopatici, delle persone malate? Siamo abituatə a pensare che questa violenza sia frutto di qualcosa di malato, di deviato. Abbiamo bisogno di credere che non possa essere qualcosa di “normale”: chi esercita questo tipo di violenza deve essere per forza malato. O deve aver subito un trauma che a sua volta ripete, in uno schema patologico. L’esperienza delle istituzioni totali è l’esempio chiaro di questo modo di pensare: dividere il mondo in sani e malati, buone e cattive. Sia la psichiatria che la psicologia clinica e la psicoanalisi hanno spesso supportato, nella teoria e nella pratica, una visione del mondo che mette l’Io, l’individuo al centro della società, e quindi responsabile di tutti i mali, come l’ unico fautore del proprio destino.
Se si allarga lo sguardo l’omicidio di Rami non è un’anomalia frutto della mente perversa di alcune “mele marce” ma una pratica che si ripete e che caratterizza l’agire delle forze dell’ordine. La notte del 4 settembre 2014, Davide Bifolco, 17 anni, si trova su un motorino nella periferia di Napoli. Il suo amico alla guida non si ferma all’alt dei carabinieri, ha l’assicurazione scaduta e teme il sequestro del mezzo. I carabinieri li inseguono, li speronano e i ragazzi cadono a terra. Davide Bifolco prova a rialzarsi ma viene colpito al torace, all’altezza del cuore, da un proiettile sparato da un carabiniere. Muore sul colpo. Le indagini degli omicidi di Rami e Davide, avvenuti a 10 anni di distanza, si distinguono entrambe per minacce, omissioni, tentativi di depistaggio e omertà.
Il 29 febbraio 2020, a Napoli, Ugo Russo, 15 anni, prova a rapinare un carabiniere fuori servizio con una pistola giocattolo. Il ragazzo cerca di fuggire ma il militare gli spara alla schiena e poi lo fredda con due colpi, uno al petto e uno al capo. Il 20 ottobre 2024, alla stazione Porta Nuova di Verona, Mousa Diarra, 26 anni, viene colpito al petto da un proiettile di un agente di polizia ferroviaria da distanza ravvicinata. La telecamera della stazione avrebbe ripreso Moussa aggredire il poliziotto che l’ha ucciso ma i video non sono mai stati consegnati alle autorità a causa di un malfunzionamento.
Il sadismo delle istituzioni lo si vede anche nei CPR, negli ospedali e nelle carceri: Wissem Abdel Latif, 26 anni, ha un arresto cardiaco all’ospedale San Camillo di Roma, dopo essere rimasto legato a un letto di contenzione senza cure per diversi giorni. Moussa Balde e Ousmane Sylla si tolgono la vita nei Centri di Permanenza per i Rimpatri di Torino e Ponte Galeria. Moussa aveva 23 anni ed era stato sottoposto a isolamento continuato nel reparto punitivo chiamato “l’ospedaletto”, Ousmane ne aveva 22 di anni quando si è impiccato, lasciando un messaggio sul muro: “I militari italiani non capiscono nulla a parte il denaro”.
La tortura di Stato è al centro dello scandalo del carcere di Santa Maria Capua Vetere nel 2020, dove centocinque agenti penintenziari e due medici finscono sotto indagine per la mattanza a cui vengono sottoposti i detenuti: denudati, costretti a fare flessioni, rapati e ‘scassati di mazzate’. Nell’inchiesta sulla Caserma di Piacenza del 2019 sono stati documentati gli orrori commessi dai militari italiani: abusi, torture, arresti illegali e traffico di stupefacenti. Un anno dopo, l’8 marzo 2020, nel carcere di Modena scoppiano delle rivolte durante le quali muoiono nove detenuti. Da allora centoventuno poliziotti penitenziari sono stati indagati con le ipotesi di abusi, maltrattamenti, tortura e lesioni aggravate.
Nella storia recente ci sono inoltre gli omicidi di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino, Giuseppe Uva, Francesco Mastrogiovanni e una lista di 67 persone morte durante operazioni delle forze dell’ordine. A questa va aggiunta la “macelleria” perpetrata da Polizia di Stato e Carabinieri alla scuola Diaz di Genova durante le proteste contro il G8, le torture alla caserma di Bolzaneto e l’uccisione del manifestante Carlo Giuliani. Questa breve panoramica non è esaustiva e sono solo alcuni dei casi che sono riusciti a bucare la coltre di omertà e censura, ma ci aiutano a capire il clima istituzionale in cui viviamo e la sistematicità della violenza di Stato.
La psicologa francese Francoise Sironi ha lavorato per anni con vittime di violenza politica e tortura provenienti da diversi Paesi cercando di accompagnarle nell’affrontare il loro trauma. Nel suo libro Persecutori e Vittime. Strategie di violenza, Sironi scrive che esistono dei falsi miti negli studi psicologici sui torturatori: per alcuni sono persone perverse dalla nascita, per altri lo diventano a causa di carenze affettive o educative. Per entrambi, le radici del problema affondano nella prima infanzia e nei conflitti interni alla psiche del torturatore. Secondo la dottoressa francese, invece, il trauma della tortura viene provocato da tecniche ben definite, diffuse a livello mondiale e capaci di modificare la mente di un individuo. L’interesse della clinica, quindi, non deve ricadere sulla personalità di un torturatore quanto invece sulle tecniche che utilizza, le sue intenzioni, quella che lei chiama “la teoria del torturatore”.
C’è una logica totalitaria che militari, poliziotti e altri emissari dello Stato instaurano nella mente della vittima. Il loro obiettivo è quello di ridurre un’intera popolazione a un linguaggio unico, binario, in grado di separare i valori buoni da quelli cattivi. Si agisce con una logica meccanica: aprire la testa delle persone senza richiuderla, disfare senza ricostruire, separare senza riunire. Con l’annientamento dei singoli si cerca di attaccare i valori collettivi del gruppo. Sironi scrive che la tortura non serve a far parlare, ma a far tacere: riduce al silenzio, nasconde, costringe il torturato a combattere in un’immensa solitudine con il suo torturatore interiorizzato. La tortura riduce la persona al suo stato “umano universale” per fabbricare individui senza cultura, senza appartenenza e senza legami: si vuole attaccare la parte collettiva della persona.
Nel libro Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico curato da Zamperini e Menegatto vengono presentate le analisi e gli studi psicologici sulle violenze delle forze dell’ordine italiane durante le proteste contro il summit del G8 di Genova del 2001. Durante gli abusi e le torture, le manifestanti sono state insultate con etichette politiche: merde, assassini, frocio, puttana, sporca, comunisti, bambini cattivi, stronzi, bastardi, bestie, terroristi, black bloc. Le strategie coercitive usate dagli agenti hanno indotto i manifestanti a percepirsi come non-persone, quindi senza diritti e la cui integrità psicofisica poteva essere violata, o come animali: le prede di una caccia disumana. La disumanizzazione delle vittime, fomentata dalla propaganda dei mass media, implica la vanificazione delle emozioni prosociali come l’empatia e la solidarietà. Un dato che emerge dalle interviste somministrate ai partecipanti è che i lasciti della repressione politica hanno preso la forma di un senso di perdita della democrazia, di un massacro civico, della scarsa fiducia nelle istituzioni e di un nemico interno radicato negli apparati statali.
Si parla di trauma psicopolitico perché è l’intera società a esserne vittima. Tra le conseguenze, le autrici citano il danneggiamento della tranquillità quotidiana e della confidenza tra generazioni: l’insonnia, il timore che la violenza venga reiterata, la paura di rappresaglie o di pesare sugli amici e familiari raccontando il proprio malessere. Si tace per paura e si preferisce non parlare per proteggersi dalle emozioni che potrebbero scaturire o dalla possibilità di non essere capiti. Lo stigma di essere una persona “pericolosa” allontana, frena la libertà di movimento ed erode la comunanza anche a distanza di anni, perpetuando il trauma sociale. L’amarezza, la frustrazione e la sensazione di essere state vittime di “un sacrificio inutile” non sono state condivise collettivamente. I depistaggi, le false notizie apparse sulla stampa, la “cultura del silenzio” degli agenti e l’impunità dei carnefici hanno, al contrario, sancito l’avanzata di un potere sempre più antidemocratico che ha fatto un salto di qualità negli anni successivi in termini di violenza politica. Il trauma psicopolitico implica un tipo di cura anch’essa politica, una terapia collettiva che si costruisce nei percorsi che rivendicano la memoria e chiedono giustizia.
L’importanza di tale processo viene descritta nel film Io sono ancora qui, del regista brasiliano Walter Salles. Nel lungometraggio viene raccontata la battaglia decennale di Eunice Facciolla che nel 1971 vede scomparire suo marito, dissidente politico, sequestrato dagli agenti della dittatura militare. La protagonista interpretata da Fernanda Torres passa attraverso le minacce anonime, gli arresti arbitrari, gli interrogatori, le fake news e un lutto che non può essere elaborato fino in fondo perché non viene accertato né ammesso dallo Stato. Eunice è costretta a trasferirsi da Rio de Janeiro a San Paolo con la famiglia numerosa di cui deve prendersi cura mentre riprende gli studi in legge e si impegna come attivista dei diritti umani. Dopo venticinque anni di lotta, nel 1996, Facciolla riesce ad ottenere finalmente il certificato di morte di suo marito che ci metteranno altri vent’anni per correggere, scrivendo che è deceduto di morte violenta nelle mani dello Stato.
In Italia, nonostante il tentativo dei vari comitati che si sono creati nel corso degli anni per chiedere verità e giustizia per gli abusi e le violenze, le istituzioni sono rimaste mute rispetto alle proprie responsabilità e sono diventate sempre più reattive nel difendersi dalle voci dissidenti. Le comunità ferite dalla violenza di Stato hanno dovuto fare i conti con l’impotenza e l’erosione dei legami sia al loro interno che nelle reti di solidarietà. Le istituzioni si sono sempre più militarizzate e le organizzazioni sociali portatrici di un desiderio di trasformazione sono sempre più sole e indebolite. In questo contesto si è consolidata la leadership di una classe politica diretta discendente del regime fascista, che non esita a festeggiare per la morte di un migrante o congratularsi con un omicida in divisa. Un élite di estrema destra che forma giovani militanti all’odio razziale, alla cultura dello squadrismo e li addestra con inni al duce e svastiche. Una radicalizzazione graduale della classe dirigente avvenuta negli ultimi decenni che vede oggi il governo italiano come il pilastro europeo dell’estrema destra globale.
Nel frattempo i mass media stringono le maglie della censura, in strada le manifestazioni vengono negate, represse, criminalizzate e le manifestanti vengono fatte spogliare nelle questure, ricevono fogli di via, sono intercettate, incarcerate e affrontano lunghi processi giudiziari che compromettono le loro vite e la loro salute mentale. Con ogni circolare e ogni nuovo decreto le persone migranti vedono infittirsi il labirinto burocratico che le rende illegali, povere ed esposte ai ricatti. C’è chi si accampa giorni e notti fuori alle questure per ottenere un appuntamento e chi muore nell’attesa del permesso di soggiorno, nel frattempo i militari presidiano i quartieri più poveri e gli agenti applicano un profiling razziale che assomiglia a una caccia allo straniero. La repressione poliziesca e la violenza politica formano una crudele pedagogia che, come vedremo, cerca di rieducare l’intera società attraverso il terrore. Un esempio lo troviamo con l’introduzione della pistola taser come strumento a disposizione delle questure. Scrive la psicologa e criminologa Jessica Lorenzon che il taser puo’ causare un forte impatto psicologico anche senza arrivare al momento finale dell’azione e cita le parole dell’ex comandante della Polizia Locale di Torino:
Mi piace molto questo fatto di giocare anche a livello psicologico, almeno nei confronti di un aggressore lucido. Certo non è sempre lucido. Ma quando è lucido la possibilità di fargli sentire e fargli vedere “guarda che adesso sparo” è tanta cosa. (…) In questo caso gli si fa chiaramente vedere “guarda che adesso lo uso e vai giù”

La tigrada, Gerardo Rayo, 2024 (Xilografia)
La paura della dissidenza, del diverso, della deviante, va in parallelo con la fobia per tutto ciò che concerne una libera sessualità e l’autodeterminazione dell’identità di genere. In questo senso può essere interpretata l’ostilità del governo italiano verso i diritti riproduttivi, l’educazione sesso-affettiva nelle scuole, il transfemminismo e i servizi che rispondono alla violenza di genere. Come evidenziato da una ricerca pubblicata su Sexuality Research and Social Policy, dall’insediamento del governo Meloni i membri della comunità LGBTQIA+ in Italia si sentono altamente espostə alla discriminazione. Il clima di insicurezza generale e lo stigma verso le persone queer, maggiore per chi subisce un’ulteriore discriminazione per esempio per la sua etnia, si ripercuote sia sulla salute sia nei comportamenti delle persone, le quali sono portate a nascondere la loro identità o a evitare le cure mediche e psicologiche per non esporsi a maggiori rischi. Non è una sorpresa che in un regime di repressione poliziesco di ispirazione fascista la repressione sessuale diventi la norma.
Lo psicoanalista austriaco Wilhelm Reich ha avuto la sfortuna di osservare dall’interno l’ascesa del nazismo nella società tedesca. Nel suo Psicologia del fascismo si domanda come sia possibile che l’ideologia nazista abbia conquistato la classe lavoratrice, la quale, in teoria, doveva essere la sua nemica principale. Secondo Reich l’operaio medio porta in sé una contraddizione: non è inequivocabilmente rivoluzionario né naturalmente conservatore.Nella sua struttura psichica convivono una spinta alla rivoluzione, dovuta alle sue condizioni di sfruttamento, e un atteggiamento reazionario, che è il riflesso dell’atmosfera della società autoritaria. Il fascismo disinnesca la spinta emancipatoria dettata dalle condizioni economiche con un’ideologia basata, invece, sulla paura della libertà e una mentalità conservatrice. Con la rimozione sessuale gli individui diventano passivi e apolitici.
Quando il soddisfacimento sessuale viene represso porta allo sviluppo di idee irrigidite, impotenza, identificazione con il capo e soddisfacimenti sostitutivi: l’onore, l’ordine, il dovere, il coraggio, l’aggressività che sfocia nel sadismo, il militarismo, le conquiste imperiali e la disciplina. L’inibizione sessuale è il mezzo con cui si crea il legame con la famiglia autoritaria che sostiene lo Stato patriarcale. La paura della promiscuità e della libertà sessuale, vista come caos e dissolutezza, si riflettono anche nella teoria della supremazia etnica a difesa delle purezza razziale. La difesa della famiglia tradizionale e l’autocontrollo sessuale diventano quindi lo strumento per far mobilitare la classe operaia contro i suoi stessi interessi: l’ideologia occulta l’economia. Compito della psicologia, secondo Reich, dovrebbe essere svelare questo mascheramento pessimista, far prendere coscienza che le masse umane non sono biologicamente portate a essere reazionarie. La mentalità conservatrice è, invece, prodotta storicamente, e per questo può trasformarsi.
La mentalità cambia così come si trasforma la clinica. Nel 2019 il filosofo trans Paul B. Preciado fa un discorso di fronte a una platea di 3500 psicoanalisti freudiani che poi pubblicherà con il titolo Sono un mostro che vi parla. Nel suo monologo Preciado invita a rivoluzionare il sistema di pensiero della psicoanalisi. Continuare ad analizzare pazienti con il complesso di Edipo ricorrendo alla nozione della differenza sessuale è come continuare a navigare l’universo usando una mappa disegnata sul sistema tolemaico: “Nel corso di varie sedute”, dice Preciado, “ho notato come tutti i miei analisti dovessero lottare con e contro il quadro teorico entro cui si erano formati”. La sua guarigione dipendeva dalla possibilità di fuggire e sfuggire alla norma della psicoanalisi che voleva rinchiudere la sua identità trans non binaria in una categoria diagnostica: “molteplici forme di feticismo che minacciavano la mia sessualità femminile”. Unirsi ai mostri, alle mutanti, ai devianti, è l’unico modo per capire la realtà in cui le persone vivono, una realtà che si costruisce al di là della famiglia nucleare, del binarismo di genere e dell’eterosessualità.
Se la via del fascismo è, secondo Reich, una concezione dell’essere umano come macchina, qualcosa di morto, irrigidito, senza speranza; al contrario la via della vita è una strada più pericolosa ed imprevedibile, in continua trasformazione, un cammino onesto e ricco di speranze. Alla paura della libertà, diffusa dal fascismo, bisogna opporre secondo Reich la gioia di vivere, la democrazia del lavoro collettivo, l’autogoverno comunitario, una sessualità libera e consensuale. A questi stimoli possiamo aggiungere quella che Silvia Federici chiama la militanza gioiosa, un sentimento attivo dal potere curativo che ci rende coscienti di poter cambiare lo stato delle cose: politicizzare il nostro dolore, trasformarlo in una fonte di conoscenza, in qualcosa che ci connette ad altre persone.
CONTINUA…

