JIN JIYAN AZADȊ: una rivoluzione che supera i confini e chiama alla solidarietà internazionale

Defend Rojava!

Quanto sta accadendo in queste settimane in Siria e nella zona dell’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (DANEES) non è un episodio isolato, né un conflitto tra fazioni rivali situato lontano da noi e che, quindi, non ci riguarda, al contrario ci chiama ad assumerci una responsabilità. È uno scontro che concerne visioni differenti del mondo e che risulterà decisivo per il futuro del Medio Oriente e per gli equilibri mondiali.
L’offensiva lanciata dalle forze armate di Damasco, sotto la guida del governo di transizione dell’ex leader qaedista Ahmed al-Sharaa (alias al-Jolani), HTS e forze affiliate provenienti da formazioni jihadiste e salafite supportate dalla Turchia, minaccia direttamente l’esperienza dell’Amministrazione Autonoma, il progetto politico nato dalla rivoluzione del Rojava.
Negli ultimi giorni si sono consumati scontri durissimi lungo tutta la linea di contatto tra le Forze Democratiche Siriane (SDF) e le bande miliziane del governo di Damasco.
Un’escalation preceduta da attacchi militari, bombardamenti indiscriminati, torture e uccisioni di civili nei quartieri a maggioranza curda in Aleppo.
È stata annunciata un’intesa in più punti che prevede la cessione di territori chiave e delle infrastrutture più strategiche al governo di Damasco, con l’integrazione individuale dei combattenti delle SDF nel nuovo esercito nazionale. Nonostante un cessate il fuoco annunciato giorni fa, la violenza è proseguita, con combattimenti attorno a Haseke e Kobanê, che in queste ore si trova isolata e sotto assedio.
Questo difficile equilibrio si svolge mentre attori esterni come Turchia, USA, Israele e alleati regionali ricalibrano ruoli e alleanze, e mentre crescono le preoccupazioni per i diritti delle popolazioni curde e delle minoranze presenti nella regione tra cui siriaci assiri, armeni, turkmeni, circassi e ceceni, oltre a comunità religiose come cristiani ed êzîdî.

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Psicologia in Palestina. Dal Messico, una ricerca sul rapporto tra psicologia e resistenza palestinese

foto di Gianpaolo Contestabile

Psicologia in Palestina


di David Pavón-Cuéllar

Università Michoacana di San Nicolás de Hidalgo david.pavon@umich.mx

ORCID: 0000-0003-1610-6531

Abstract: Viene fornita una panoramica delle diverse forme che prende la psicologia rispetto alla Palestina e nel contesto dell’occupazione da parte dello Stato di Israele e della resistenza contro tale occupazione. In primo luogo, vengono esaminati criticamente vari studi che affrontano l’aspetto psicologico del cosiddetto “conflitto” israelo-palestinese. Si distinguono due grandi categorie di lavori all’interno delle correnti principali della psicologia: quelli che cercano di spiegare e aiutare a risolvere il conflitto e quelli che tentano di individuare, comprendere e trattare i suoi effetti. L’articolo approfondisce poi un’altra categoria di lavori che si rifanno in modo riflessivo a lavori precedenti e li mettono in discussione per la loro inadeguatezza culturale, l’eurocentrismo, il liberalismo, l’individualismo e i loro meccanismi di psicologizzazione, depoliticizzazione, destoricizzazione e decontestualizzazione. Queste questioni offrono uno sguardo su una psicologia critica emergente, una psicologia critica il cui potere risiede nel suo legame con il popolo palestinese.

Parole chiave: Palestina, Psicologia, Psicologia critica, Israele, popolo.
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Traduzione a cura delle Brigata Basaglia (www.brigatabasaglia.org)

Introduzione

L’immagine abituale della Palestina è quella della sua devastazione, degli ultimi brandelli del suo territorio, di un popolo intrappolato tra le mura. È l’immagine di esplosioni, polvere, rovine, macerie, cadaveri, filo spinato, torri di guardia, campi profughi, donne in lacrime e bambini che lanciano pietre contro i carri armati israeliani. È così che la Palestina viene solitamente immaginata nel mondo e anche nell’ambiente accademico e professionale della psicologia.

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Nessuna giustizia, nessuna pace: dal trauma all’azione collettiva. Una lettura psicoanalitica del conflitto

Foto scattata a Santiago de Chile durante l’ Estallido social, marzo 2020


di Francesca Daidone C.

“Dobbiamo prendere i problemi di salute mentale oggi così diffusi e convertirli da una condizione di medicalizzazione a un antagonismo reale; i disordini affettivi sono forme di scontento acquisito, e questa disaffezione può e deve essere indirizzata altrove, verso fuori, verso la sua vera causa: il Capitale.”
(Mark Fisher, Realismo Capitalista)

Parlare di pace oggi è doloroso e difficile.
Cercherò di farlo in modo coerente nella mia duplice veste di psicoanalista e persona impegnata politicamente.
Non posso pensare la pace senza considerare insieme la dimensione inconscia, quella sociale e quella politica.
E credo che, per uscire dalla violenza che ci attraversa in questi tempi molto difficili, serva prendere parola con più coraggio e sia necessario un coinvolgimento personale più profondo e attivo da parte di tutte e tutti noi.


Cos’è la pace? Quanto stride questa parola oggi? Quando pensiamo alla parola pace, ci viene naturale figurarcela come assenza di guerra, un luogo ideale in cui si possa vivere in armonia e in cui non esistano conflitti e violenza.
Ma se proviamo a guardare la pace dal punto di vista psicoanalitico, la prospettiva cambia radicalmente. La psicoanalisi ci insegna che il conflitto di per sé non è una malattia da guarire, né una parentesi eccezionale della vita, ma la condizione stessa che struttura l’individuo e la società.

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LA CLINICA AI TEMPI DEL FASCISMO

 Con Amor Sí… , Gerardo Rayo, 2024 (Xilografia)

Qui la secoonda parte dell’articolo, se invece vuoi scaricare il pdf del testo completo puoi farlo al seguente link: scarica il PDF

PRIMA PARTE

La notte del 24 settembre 2024, nella zona della movida milanese, una moto non si ferma all’alt di una pattuglia. Fares Bouzidi, 22 anni, è alla guida, seduto dietro di lui c’è Rami Elgamal, 19 anni. I carabinieri li inseguono per 8 chilometri a sirene spiegate. Nelle registrazioni si sentono i commenti dei militari: “Vaffanculo! Non è caduto!”. Poi, riescono a farli schiantare contro un semaforo, Ramy muore sul colpo. Una volta data la notizia dell’abbattimento, arriva la risposta, glaciale, di un collega: “Bene”. Dopo la caccia all’uomo, sembra di trovarsi di fronte a un’esecuzione. La crudeltà della vicenda ci porta a interrogarci sulle origini di tale cattiveria: quali sono le radici del male? Gli uomini seduti nella volante dei carabinieri sono degli squilibrati, dei sociopatici, delle persone malate? Siamo abituatə a pensare che questa violenza sia frutto di qualcosa di malato, di deviato. Abbiamo bisogno di credere che non possa essere qualcosa di “normale”: chi esercita questo tipo di violenza deve essere per forza malato. O deve aver subito un trauma che a sua volta ripete, in uno schema patologico. L’esperienza delle istituzioni totali è l’esempio chiaro di questo modo di pensare: dividere il mondo in sani e malati, buone e cattive. Sia la psichiatria che la psicologia clinica e la psicoanalisi hanno spesso supportato, nella teoria e nella pratica, una visione del mondo che mette l’Io, l’individuo al centro della società, e quindi responsabile di tutti i mali, come l’ unico fautore del proprio destino.

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Sumud: cura e resistenza in Palestina. Intervento di Samah Jabr presso l’Università di Bologna

Pubblichiamo la trascrizione tradotta dell’incontro Sumud: Cura e Resistenza organizzato da Forlí Cittá Aperta e il Collettivo Studentesco per la Palestina Forlí il 18 marzo 2025 presso l’Universita di Bologna.

Recentemente ha scritto del concetto di solastalgia, un termine conosciuto in Occidente nell’ambito della salute mentale e della psicologia ambientale. Tuttavia, lei lo applica alla distruzione della terra in Palestina. Perché la terra è così importante per la salute mentale del popolo palestinese?

Il termine solastalgia da solo non basta a racchiudere la complessità della condizione esistenziale e psicologica vissuta dal popolo palestinese nella propria terra. Piuttosto, può essere inteso come un punto di partenza, un’estensione concettuale che comprende solo una parte di una realtà ben più articolata.

Il popolo palestinese subisce un trauma profondo e continuo: non solo quello provocato dalla violenza fisica diretta, ma anche quello inflitto dalla deumanizzazione sistemica e dalla diffusione di rappresentazioni negative e stereotipi culturali. A questo si aggiunge un dolore meno visibile ma altrettanto lacerante: l’ulteriore dolore legato alla distruzione e alla privazione del legame con la terra. Le popolazioni native comprendono questo dolore in modo particolare, perché vivono una relazione simbiotica con il territorio.

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Appunti su trauma e violenza nel conflitto palestinese-israeliano

Di fronte a dolore e macerie, riconoscimento dell’Altrə, responsabilizzazione e azione collettiva

Alessandra Sanguinetti, Separation wall. Abu Dis, Israel. 2004. © Alessandra Sanguinetti | Magnum Photos
Alessandra Sanguinetti, Separation wall. Abu Dis, Israel. 2004. © Alessandra Sanguinetti | Magnum Photos

In questi giorni, attonitɜ e impotenti, stiamo assistendo a un massacro in tempo reale, in diretta mediatica. L’uccisione di migliaia di persone intrappolate nella Striscia di Gaza, con bombardamenti massicci, anche al fosforo bianco. Un popolo lasciato senza acqua e cibo, senza elettricità e medicinali. Gli attacchi indiscriminati anche in Cisgiordania da parte dell’esercito e dei coloni israeliani. Un attacco che lascia intendere una volontà di sterminio e di annientamento della popolazione palestinese disumanizzata e resa nemica, con una retorica criminale e islamofoba che sovrappone gli abitanti di Gaza con il terrorismo di matrice islamica. Definirla una guerra è scorretto, dato che non si stanno affrontando due eserciti nazionali, ma siamo di fronte a un esercito rifornito di ogni tecnologia e armamento che sta attaccando un territorio privo di uno Stato autonomo e densamente popolato, distruggendo ospedali, campi profughi, scuole piene di civili indifesi con la scusa di colpire una organizzazione terroristica.

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