L’elettroshock è tortura: no all’inserimento della TEC nel piano sociosanitario del Piemonte

«L’elettroshock non è di per sé una terapia violenta, ma può essere violento l’uso che se ne fa» dice lo psichiatra Vincenzo Villari, già direttore del dipartimento di Neuroscienza e Salute mentale della Città della Salute di Torino, intervistato da Repubblica sulla proposta di Fratelli d’Italia di inserire l’elettroshock nel nuovo piano sociosanitario della regione Piemonte. 

Viene da chiedersi: quale sarebbe l’utilizzo non violento di una pratica medica utilizzata storicamente per annichilire le soggettività, spogliarle della propria memoria e della propria personalità per ottenere individui docili e obbedienti? La tortura sotto anestesia è meno tortura? Chi mai potrebbe considerare un trattamento simile una “cura”?

L’elettroshock viene sponsorizzato dai suoi promotori contro i casi di “depressione resistente ai farmaci”: come afferma Piero Cipriano ne “Il manicomio chimico” si tratta di persone che subiscono i danni di anni e anni di prescrizione di psicofarmaci, senza mai una prospettiva di scalaggio, fino al punto in cui proseguire a livello farmacologico può condurre al verificarsi di crisi indotte dai farmaci stessi. A questo problema reale, dovuto all’abuso delle prescrizioni, gli scioccatori rispondono applicando scariche elettriche al cervello.

Dice Cipriano: «è l’accanimento terapeutico degli psichiatri, che non sapendo che fare strafanno, prima con i farmaci, presi dall’ebbrezza che finalmente anche loro hanno i farmaci per curare le malattie, e quando i farmaci smettono di funzionare, passano alla corrente elettrica, ritornano alla terapia convulsiva, per trattare i malati di nuovo come i maiali del mattatoio […]

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JIN JIYAN AZADȊ: una rivoluzione che supera i confini e chiama alla solidarietà internazionale

Defend Rojava!

Quanto sta accadendo in queste settimane in Siria e nella zona dell’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (DANEES) non è un episodio isolato, né un conflitto tra fazioni rivali situato lontano da noi e che, quindi, non ci riguarda, al contrario ci chiama ad assumerci una responsabilità. È uno scontro che concerne visioni differenti del mondo e che risulterà decisivo per il futuro del Medio Oriente e per gli equilibri mondiali.
L’offensiva lanciata dalle forze armate di Damasco, sotto la guida del governo di transizione dell’ex leader qaedista Ahmed al-Sharaa (alias al-Jolani), HTS e forze affiliate provenienti da formazioni jihadiste e salafite supportate dalla Turchia, minaccia direttamente l’esperienza dell’Amministrazione Autonoma, il progetto politico nato dalla rivoluzione del Rojava.
Negli ultimi giorni si sono consumati scontri durissimi lungo tutta la linea di contatto tra le Forze Democratiche Siriane (SDF) e le bande miliziane del governo di Damasco.
Un’escalation preceduta da attacchi militari, bombardamenti indiscriminati, torture e uccisioni di civili nei quartieri a maggioranza curda in Aleppo.
È stata annunciata un’intesa in più punti che prevede la cessione di territori chiave e delle infrastrutture più strategiche al governo di Damasco, con l’integrazione individuale dei combattenti delle SDF nel nuovo esercito nazionale. Nonostante un cessate il fuoco annunciato giorni fa, la violenza è proseguita, con combattimenti attorno a Haseke e Kobanê, che in queste ore si trova isolata e sotto assedio.
Questo difficile equilibrio si svolge mentre attori esterni come Turchia, USA, Israele e alleati regionali ricalibrano ruoli e alleanze, e mentre crescono le preoccupazioni per i diritti delle popolazioni curde e delle minoranze presenti nella regione tra cui siriaci assiri, armeni, turkmeni, circassi e ceceni, oltre a comunità religiose come cristiani ed êzîdî.

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My fear doesn’t only come from my delusions

Riceviamo e pubblichiamo un prezioso contributo di una persona che si è rivolta al nostro sportello di ascolto e supporto sociale per la comunità, il cui centralino è contattabile al seguente numero: 0282396915 da Lunedì a Venerdì, ore 12.00-14.30 / 19.00-21.30

My fear doesn’t only come from my delusions. 

I understand that some people might be scared of me as a person who has experienced psychosis, most media tend to depict people like me in crisis as antagonists in movies or use it interchangeably with psychopaths or sociopaths. I have only met some few that has told me about their experiences in this field of reality. 

They aren’t monsters and I would not like to see myself as a monster. 

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Psicologia in Palestina. Dal Messico, una ricerca sul rapporto tra psicologia e resistenza palestinese

foto di Gianpaolo Contestabile

Psicologia in Palestina


di David Pavón-Cuéllar

Università Michoacana di San Nicolás de Hidalgo david.pavon@umich.mx

ORCID: 0000-0003-1610-6531

Abstract: Viene fornita una panoramica delle diverse forme che prende la psicologia rispetto alla Palestina e nel contesto dell’occupazione da parte dello Stato di Israele e della resistenza contro tale occupazione. In primo luogo, vengono esaminati criticamente vari studi che affrontano l’aspetto psicologico del cosiddetto “conflitto” israelo-palestinese. Si distinguono due grandi categorie di lavori all’interno delle correnti principali della psicologia: quelli che cercano di spiegare e aiutare a risolvere il conflitto e quelli che tentano di individuare, comprendere e trattare i suoi effetti. L’articolo approfondisce poi un’altra categoria di lavori che si rifanno in modo riflessivo a lavori precedenti e li mettono in discussione per la loro inadeguatezza culturale, l’eurocentrismo, il liberalismo, l’individualismo e i loro meccanismi di psicologizzazione, depoliticizzazione, destoricizzazione e decontestualizzazione. Queste questioni offrono uno sguardo su una psicologia critica emergente, una psicologia critica il cui potere risiede nel suo legame con il popolo palestinese.

Parole chiave: Palestina, Psicologia, Psicologia critica, Israele, popolo.
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Traduzione a cura delle Brigata Basaglia (www.brigatabasaglia.org)

Introduzione

L’immagine abituale della Palestina è quella della sua devastazione, degli ultimi brandelli del suo territorio, di un popolo intrappolato tra le mura. È l’immagine di esplosioni, polvere, rovine, macerie, cadaveri, filo spinato, torri di guardia, campi profughi, donne in lacrime e bambini che lanciano pietre contro i carri armati israeliani. È così che la Palestina viene solitamente immaginata nel mondo e anche nell’ambiente accademico e professionale della psicologia.

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Tre punti contro i CPR. Intervento a Trento

Di seguito la trascrizione dell’intervento che abbiamo portato all’evento “Panopticon: le pratiche sanitarie di salute mentale nei CPR e nel sistema di accoglienza territoriale”, che si è svolto a Trento il 29 Ottobre 2025.

«Quando sono entrato per la prima volta in un carcere ero studente di medicina, lottavo contro il fascismo e sono stato incarcerato. Mi ricordo della situazione allucinante che mi sono trovato a vivere. Era l’ora in cui venivano portati fuori i buglioli dalle varie celle. C’era un odore terribile, un odore di morte. Mi ricordo di aver avuto la sensazione di essere in una sala di anatomia mentre si dissezionano i cadaveri. Tredici anni dopo la laurea sono diventato direttore di un manicomio e quando sono entrato per la prima volta ho avuto quella stessa sensazione. Non c’era odore di merda ma c’era come un odore simbolico di merda. Ho avuto la certezza che quella era un’istituzione completamente assurda che serviva solo allo psichiatra che ci lavorava per avere lo stipendio a fine mese».

Negli anni, come Brigata Basaglia, abbiamo sentito un bisogno sempre più forte di approfondire gli aspetti quotidiani e pervasivi dei dispositivi neomanicomiali e riflettere su come abbiano una doppia dimensione: una, esterna, che si manifesta nelle politiche di controllo, marginalizzazione e violenza istituzionale, un’altra, interna, che vive negli individui e nelle comunità e legittima sentimenti e pensieri di razzismo, classismo e esclusione sociale.

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Nessuna giustizia, nessuna pace: dal trauma all’azione collettiva. Una lettura psicoanalitica del conflitto

Foto scattata a Santiago de Chile durante l’ Estallido social, marzo 2020


di Francesca Daidone C.

“Dobbiamo prendere i problemi di salute mentale oggi così diffusi e convertirli da una condizione di medicalizzazione a un antagonismo reale; i disordini affettivi sono forme di scontento acquisito, e questa disaffezione può e deve essere indirizzata altrove, verso fuori, verso la sua vera causa: il Capitale.”
(Mark Fisher, Realismo Capitalista)

Parlare di pace oggi è doloroso e difficile.
Cercherò di farlo in modo coerente nella mia duplice veste di psicoanalista e persona impegnata politicamente.
Non posso pensare la pace senza considerare insieme la dimensione inconscia, quella sociale e quella politica.
E credo che, per uscire dalla violenza che ci attraversa in questi tempi molto difficili, serva prendere parola con più coraggio e sia necessario un coinvolgimento personale più profondo e attivo da parte di tutte e tutti noi.


Cos’è la pace? Quanto stride questa parola oggi? Quando pensiamo alla parola pace, ci viene naturale figurarcela come assenza di guerra, un luogo ideale in cui si possa vivere in armonia e in cui non esistano conflitti e violenza.
Ma se proviamo a guardare la pace dal punto di vista psicoanalitico, la prospettiva cambia radicalmente. La psicoanalisi ci insegna che il conflitto di per sé non è una malattia da guarire, né una parentesi eccezionale della vita, ma la condizione stessa che struttura l’individuo e la società.

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Marco Cavallo libera tutt*

Pubblichiamo qui di seguito l’intervento della Brigata BASAGLIA
letto al corteo di Marco Cavallo libera tutt* per l’abbattimento dei CPR e contro la detenzione amministrativa, del 20 settembre 2025

Buongiorno a tutt*, siamo la Brigata Basaglia, un collettivo che si occupa di salute mentale con un approccio basagliano, radicale e conflittuale, e vorremmo condividere alcune riflessioni sui CPR.

La prima, su cui si fonda ogni nostra pratica e azione, è la convinzione che i CPR siano gli eredi dei manicomi, con cui condividono gli obiettivi di abuso, tortura, deumanizzazione delle persone rinchiuse.

Come per i manicomi 47 anni fa, non esiste nessun altro destino possibile per i CPR se non essere riconosciuti come istituzioni totali, luoghi di segregazione e controllo, lager inammissibili nella nostra società che, per questo motivo, devono essere immediatamente chiusi e mai più riaperti.

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Il diario di Nour, psicologa a Gaza: «Guarisco, mi spezzo, tengo duro, crollo»


La testimonianza della psicologa Nour Z. Jarada. Pubblicata su Libération il 23 luglio 2025
Oggi condividiamo con voi il dodicesimo episodio del diario di Nour, la psicologa che vive a Gaza lavorando come responsabile dei servizi di salute mentale per Medici del Mondo.

Grazie, Nour.

“Come fai ad andare avanti? Come continui ad aiutare gli altri quando anche tu stai soffrendo? Ti è mai capitato di crollare? Riesci ad andare avanti?”
Queste sono le domande che mi sento ripetere più e più volte, da giornalisti, amici, colleghi all’estero, persino da sconosciuti online. E onestamente, le pongo anche a me stessa.
Da oltre 21 mesi vivo una guerra incessante a Gaza. Sono una professionista della salute mentale; ma qui, questo titolo è tutt’altro che sufficiente. A Gaza, non ci è concesso il privilegio di essere solo una cosa. Sono una terapeuta, sì. Ma sono anche una donna che affronta una perdita. Sono una madre che cerca di proteggere i suoi figli. Sono una figlia in lutto per i propri cari. Sono un’operatrice sanitaria stanca della guerra, un’anima spezzata che porta il peso degli altri. Sono testimone di crimini indicibili. Sono una che si prende cura dei feriti, pur portando le mie ferite. Sono tutti questi ruoli contemporaneamente, inseparabilmente intrecciati. Guarisco, mi rompo, sostengo, crollo a pezzi.

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LA CLINICA AI TEMPI DEL FASCISMO: parte seconda

Día de la Resistencia, Gerardo Rayo, 2024 (Xilografia)

Qui la prima parte dell’articolo, se invece vuoi scaricare il pdf del testo completo puoi farlo al seguente link: scarica il PDF

La cultura fascista influenza anche le scienze psicologiche, le quali, a loro volta, alimentano e sostengono una certa atmosfera autoritaria. Chiara Volpato ricostruisce il dibattito italiano tra psicologia e razza durante il periodo fascista. La ricercatrice riporta alla luce la “race psychology” italiana, una psicologia razziale rimossa dalla memoria collettiva. Negli anni ‘30 e ‘40 del Novecento una serie di studiosi cercarono di declinare il Manifesto degli scienziati razzisti in ambito psicologico. Il professore degli atenei di Bologna e Modena, Mario Canella, tenne in quegli anni il corso di Biologia delle razze umane, fu redattore della Rivista di Psicologia e scrisse il libro Principi di psicologia razziale. Canella attribuiva ai tratti psichici un ruolo fondamentale nella costruzione della gerarchia razziale, intesa come una “razza mentale”.

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LA CLINICA AI TEMPI DEL FASCISMO

 Con Amor Sí… , Gerardo Rayo, 2024 (Xilografia)

Qui la secoonda parte dell’articolo, se invece vuoi scaricare il pdf del testo completo puoi farlo al seguente link: scarica il PDF

PRIMA PARTE

La notte del 24 settembre 2024, nella zona della movida milanese, una moto non si ferma all’alt di una pattuglia. Fares Bouzidi, 22 anni, è alla guida, seduto dietro di lui c’è Rami Elgamal, 19 anni. I carabinieri li inseguono per 8 chilometri a sirene spiegate. Nelle registrazioni si sentono i commenti dei militari: “Vaffanculo! Non è caduto!”. Poi, riescono a farli schiantare contro un semaforo, Ramy muore sul colpo. Una volta data la notizia dell’abbattimento, arriva la risposta, glaciale, di un collega: “Bene”. Dopo la caccia all’uomo, sembra di trovarsi di fronte a un’esecuzione. La crudeltà della vicenda ci porta a interrogarci sulle origini di tale cattiveria: quali sono le radici del male? Gli uomini seduti nella volante dei carabinieri sono degli squilibrati, dei sociopatici, delle persone malate? Siamo abituatə a pensare che questa violenza sia frutto di qualcosa di malato, di deviato. Abbiamo bisogno di credere che non possa essere qualcosa di “normale”: chi esercita questo tipo di violenza deve essere per forza malato. O deve aver subito un trauma che a sua volta ripete, in uno schema patologico. L’esperienza delle istituzioni totali è l’esempio chiaro di questo modo di pensare: dividere il mondo in sani e malati, buone e cattive. Sia la psichiatria che la psicologia clinica e la psicoanalisi hanno spesso supportato, nella teoria e nella pratica, una visione del mondo che mette l’Io, l’individuo al centro della società, e quindi responsabile di tutti i mali, come l’ unico fautore del proprio destino.

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