L’elettroshock è tortura: no all’inserimento della TEC nel piano sociosanitario del Piemonte

«L’elettroshock non è di per sé una terapia violenta, ma può essere violento l’uso che se ne fa» dice lo psichiatra Vincenzo Villari, già direttore del dipartimento di Neuroscienza e Salute mentale della Città della Salute di Torino, intervistato da Repubblica sulla proposta di Fratelli d’Italia di inserire l’elettroshock nel nuovo piano sociosanitario della regione Piemonte. 

Viene da chiedersi: quale sarebbe l’utilizzo non violento di una pratica medica utilizzata storicamente per annichilire le soggettività, spogliarle della propria memoria e della propria personalità per ottenere individui docili e obbedienti? La tortura sotto anestesia è meno tortura? Chi mai potrebbe considerare un trattamento simile una “cura”?

L’elettroshock viene sponsorizzato dai suoi promotori contro i casi di “depressione resistente ai farmaci”: come afferma Piero Cipriano ne “Il manicomio chimico” si tratta di persone che subiscono i danni di anni e anni di prescrizione di psicofarmaci, senza mai una prospettiva di scalaggio, fino al punto in cui proseguire a livello farmacologico può condurre al verificarsi di crisi indotte dai farmaci stessi. A questo problema reale, dovuto all’abuso delle prescrizioni, gli scioccatori rispondono applicando scariche elettriche al cervello.

Dice Cipriano: «è l’accanimento terapeutico degli psichiatri, che non sapendo che fare strafanno, prima con i farmaci, presi dall’ebbrezza che finalmente anche loro hanno i farmaci per curare le malattie, e quando i farmaci smettono di funzionare, passano alla corrente elettrica, ritornano alla terapia convulsiva, per trattare i malati di nuovo come i maiali del mattatoio […]

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My fear doesn’t only come from my delusions

Riceviamo e pubblichiamo un prezioso contributo di una persona che si è rivolta al nostro sportello di ascolto e supporto sociale per la comunità, il cui centralino è contattabile al seguente numero: 0282396915 da Lunedì a Venerdì, ore 12.00-14.30 / 19.00-21.30

My fear doesn’t only come from my delusions. 

I understand that some people might be scared of me as a person who has experienced psychosis, most media tend to depict people like me in crisis as antagonists in movies or use it interchangeably with psychopaths or sociopaths. I have only met some few that has told me about their experiences in this field of reality. 

They aren’t monsters and I would not like to see myself as a monster. 

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LA CLINICA AI TEMPI DEL FASCISMO: parte seconda

Día de la Resistencia, Gerardo Rayo, 2024 (Xilografia)

Qui la prima parte dell’articolo, se invece vuoi scaricare il pdf del testo completo puoi farlo al seguente link: scarica il PDF

La cultura fascista influenza anche le scienze psicologiche, le quali, a loro volta, alimentano e sostengono una certa atmosfera autoritaria. Chiara Volpato ricostruisce il dibattito italiano tra psicologia e razza durante il periodo fascista. La ricercatrice riporta alla luce la “race psychology” italiana, una psicologia razziale rimossa dalla memoria collettiva. Negli anni ‘30 e ‘40 del Novecento una serie di studiosi cercarono di declinare il Manifesto degli scienziati razzisti in ambito psicologico. Il professore degli atenei di Bologna e Modena, Mario Canella, tenne in quegli anni il corso di Biologia delle razze umane, fu redattore della Rivista di Psicologia e scrisse il libro Principi di psicologia razziale. Canella attribuiva ai tratti psichici un ruolo fondamentale nella costruzione della gerarchia razziale, intesa come una “razza mentale”.

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LA CLINICA AI TEMPI DEL FASCISMO

 Con Amor Sí… , Gerardo Rayo, 2024 (Xilografia)

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PRIMA PARTE

La notte del 24 settembre 2024, nella zona della movida milanese, una moto non si ferma all’alt di una pattuglia. Fares Bouzidi, 22 anni, è alla guida, seduto dietro di lui c’è Rami Elgamal, 19 anni. I carabinieri li inseguono per 8 chilometri a sirene spiegate. Nelle registrazioni si sentono i commenti dei militari: “Vaffanculo! Non è caduto!”. Poi, riescono a farli schiantare contro un semaforo, Ramy muore sul colpo. Una volta data la notizia dell’abbattimento, arriva la risposta, glaciale, di un collega: “Bene”. Dopo la caccia all’uomo, sembra di trovarsi di fronte a un’esecuzione. La crudeltà della vicenda ci porta a interrogarci sulle origini di tale cattiveria: quali sono le radici del male? Gli uomini seduti nella volante dei carabinieri sono degli squilibrati, dei sociopatici, delle persone malate? Siamo abituatə a pensare che questa violenza sia frutto di qualcosa di malato, di deviato. Abbiamo bisogno di credere che non possa essere qualcosa di “normale”: chi esercita questo tipo di violenza deve essere per forza malato. O deve aver subito un trauma che a sua volta ripete, in uno schema patologico. L’esperienza delle istituzioni totali è l’esempio chiaro di questo modo di pensare: dividere il mondo in sani e malati, buone e cattive. Sia la psichiatria che la psicologia clinica e la psicoanalisi hanno spesso supportato, nella teoria e nella pratica, una visione del mondo che mette l’Io, l’individuo al centro della società, e quindi responsabile di tutti i mali, come l’ unico fautore del proprio destino.

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