L’elettroshock è tortura: no all’inserimento della TEC nel piano sociosanitario del Piemonte

«L’elettroshock non è di per sé una terapia violenta, ma può essere violento l’uso che se ne fa» dice lo psichiatra Vincenzo Villari, già direttore del dipartimento di Neuroscienza e Salute mentale della Città della Salute di Torino, intervistato da Repubblica sulla proposta di Fratelli d’Italia di inserire l’elettroshock nel nuovo piano sociosanitario della regione Piemonte. 

Viene da chiedersi: quale sarebbe l’utilizzo non violento di una pratica medica utilizzata storicamente per annichilire le soggettività, spogliarle della propria memoria e della propria personalità per ottenere individui docili e obbedienti? La tortura sotto anestesia è meno tortura? Chi mai potrebbe considerare un trattamento simile una “cura”?

L’elettroshock viene sponsorizzato dai suoi promotori contro i casi di “depressione resistente ai farmaci”: come afferma Piero Cipriano ne “Il manicomio chimico” si tratta di persone che subiscono i danni di anni e anni di prescrizione di psicofarmaci, senza mai una prospettiva di scalaggio, fino al punto in cui proseguire a livello farmacologico può condurre al verificarsi di crisi indotte dai farmaci stessi. A questo problema reale, dovuto all’abuso delle prescrizioni, gli scioccatori rispondono applicando scariche elettriche al cervello.

Dice Cipriano: «è l’accanimento terapeutico degli psichiatri, che non sapendo che fare strafanno, prima con i farmaci, presi dall’ebbrezza che finalmente anche loro hanno i farmaci per curare le malattie, e quando i farmaci smettono di funzionare, passano alla corrente elettrica, ritornano alla terapia convulsiva, per trattare i malati di nuovo come i maiali del mattatoio […]

Ma oggi, oggi non avremmo più alcun motivo di riproporre le pratiche di Julius Wagner-Jauregg (convulsioni indotte attraverso la malaria) o di Ladislas Meduna (convulsioni indotte con il Cardiazol) o di Lucio Bini e Ugo Cerletti (convulsioni indotte da scarica elettrica), alcun motivo se non fosse che i farmaci psicoattivi, che dovevano essere miracolosi, e avrebbero dovuto spazzare via le malattie mentali dal pianeta, non solo non sono miracolosi per niente, ma hanno smesso di funzionare, e hanno iniziato a cambiare la psicopatologia, facendo sì che molta psicopatologia di questi ultimi decenni è forse, prevalentemente, una psicopatologia iatrogena.»

Grazie al prezioso lavoro del collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud nel libro “Elettroshock. La storia delle terapie elettroconvulsive e i racconti di chi le ha vissute” abbiamo la possibilità di approfondire il processo di ridenominazione e risignificazione dell’elettroshock voluto dalla biopsichiatria e sostenuto dalla politica. Una pratica sperimentata in Italia nel 1938 a partire dai metodi di uccisione osservati nei macelli, poi esportata in tutto il mondo. Un trattamento apparentemente scomparso dopo la legge 180, in realtà sempre rimasto nell’ombra e riportato in voga sotto i ministeri di Rosy Bindi e di Livia Turco, quest’ultima responsabile per altro dell’ignobile legge che ha istituito i  CPR in Italia, largamente riconosciuti come dei lager di stato.  Da elettroshock a terapia elettroconvulsivante (TEC), dalla volontà primaria ed esplicita di annullare il “paziente” e resettare la memoria, si passa alla definizione di questi come effetti collaterali di una pratica medica che si vorrebbe persino presentare come “scientifica” ed “evidence based”. La sostanza non cambia ma, tramite una scientifizzazione del linguaggio, si cerca di nascondere la violenza insita in pratiche mediche invasive come l’elettroshock. Questo tentativo di cercare un’oggettività scientifica e un linguaggio neutrale viene affrontato anche da Goffman ( il cui lavoro si interseca più volte con i contributi di Franca Ongaro e Franco Basaglia, la pubblicazione di Asylums da parte di Einaudi nel 1968 vede un loro contributo diretto sia nella traduzione, opera di Franca, che nell’introduzione scritta da entrambi) in “Asylums”, parlando dei modi in cui l’istituzione chiamava alcune prassi: «Rendere un reparto quieto, di notte, attraverso la somministrazione forzata di farmaci, che permetta allo staff di diminuire la guardia notturna, viene chiamato trattamento medico o sedativo». Questo esempio mette in luce il potere dell’istituzione di nominare le pratiche nel tentativo di trasformare gli abusi in strumenti terapeutici, sia ai propri occhi che a quelli degli internati per giustificare a livello scientifico e razionale delle pratiche violente.

Andando ad ascoltare le voci di chi ha subito l’elettroshock, presenti ampiamente nella pubblicazione sopra citata del collettivo Artaud, appare chiaro come di terapeutico nella somministrazione dell’elettroshock non ci sia nulla. Per iniziare dalle testimonianze emerge il mancato consenso, previsto per legge in caso di trattamenti specifici in cui rientra l’elettroshock, da parte di chi lo ha subito e, anzi, l’elettroshock in molti casi è stato applicato con l’inganno sfruttando il consenso dato dai familiari. Passando all’applicazione dell’elettroshock i racconti ricostruiscono le modalità di somministrazione e gli effetti: «L’elettroshock mi ha reso un vegetale. Ero un vegetale, io avevo accanto una persona, mi avevano messo accanto una persona che mi badava perché io non ero all’altezza più di fare nulla, dopo tutte queste cure non ero in grado di fare niente, ero un vegetale camminavo di punta, puntando i piedi».

«Io credo che se l’elettroshock è rimasto il tipo di terapia che induce tutt’oggi questi effetti, questi effetti devastanti peraltro, perché non sono effetti secondari sono effetti devastanti, se tutt’oggi continuano, per me che qualcuno li fermi perché qui veramente si mette a serio rischio la salute dell’individuo, la salute e l’equilibrio anche di un individuo».

«Questo tipo di terapia oltre il danno alla memoria visiva ha indotto indiscutibilmente anche un danno, un danno a livello cerebrale, cioè cognitivo, per il quale non sono proprio più in grado di leggere; o meglio di leggere fine a se stesso leggo, però non sono in grado di memorizzare il contenuto di ciò che ho letto».

Chi ha raccontato il proprio vissuto al collettivo Artaud parla del trattamento come dispositivo disciplinare, una punizione che avrebbe cancellato gli aspetti della persona considerati problematici: «L’elettroshock è qualcosa che può fare il lavaggio del cervello. Loro dicevano che attraverso questo elettroshock io mi sarei dimenticato delle mie fissazioni quindi non era una terapia, lo poteva essere a volte, ma non per il più delle volte. Perché era sempre qualcosa di punitivo: tu sei scappato via, ti sei comportato così, allora fai l’elettroshock. Lo chiamavano “lo shock” loro».

Cambiare il nome non basta a nascondere la verità: l’elettroshock è tortura e andrebbe abolito. 

La proposta di implementare l’elettroshock in Piemonte non è una sorpresa: la coercizione, la punizione e il controllo delle condotte sono inscritte nel codice genetico della psichiatria. La volontà di applicarlo alle persone considerate incurabili ci riporta alle parole di Franca e Franco nell’introduzione di Asylums di Goffman: «Si salva ciò che può essere facilmente recuperato; il resto viene negato attraverso l’ideologia dell’incurabilità, dell’incomprensibilità, della natura umana, su cui si costruisce il castello del pregiudizio». L’esperienza della deistituzionalizzazione ha chiuso i manicomi con l’obiettivo di un sistema al cui centro ci fossero le persone, le relazioni e le esperienze ma non è riuscita a sradicare il germe della psichiatria organicista che anzi oggi è tornata in auge senza nemmeno più la paura di doversi camuffare. Ne è un esempio il DDL Zaffini, l’ennesima proposta di riforma della legge 180 che vuole sancire la pratica attualmente illegale ma ampiamente applicata del TSO in carcere; che vuole aumentare i posti nelle REMS nonostante non ci siano attese per entrarci, suggerendo quindi di usarle maggiormente in futuro; infine prolungare la durata del TSO confermando la tendenza alla costruzione di nuove manicomialità anche nei servizi.

Per Davide Zappalà, consigliere di FdI firmatario dell’emendamento sull’elettroshock, «il fatto di non usare delle terapie solo perché in passato erano applicate a sproposito è esattamente una forma di fanatismo». In una frasetta breve cerca di screditare chi prende parola sulla questione, ma fanatismo è esattamente l’accettazione di pratiche di tortura in maniera acritica appoggiandosi su dubbie basi scientifiche, riprendendo ciò che diceva Franco Basaglia sull’elettroshock, è come prendere a pugni un televisore per regolarne la frequenza, ogni tanto può anche funzionare ma non c’è un nesso di causalità accertato. Giorgio Antonucci ne “Il pregiudizio psichiatrico” del 1989 diceva «L’impossibilità di pensare, di concentrarsi viene presentata come la soluzione di un grande problema. Quel tale si voleva suicidare? Ecco, adesso non lo vuole più! La verità è che la volontà è stata ridotta al minimo. Ed insieme con la volontà, anche la necessaria forza muscolare…»

Sappiamo che le nuove terapie elettroconvulsive hanno ridotto l’invasività dei trattamenti e gli effetti collaterali, così come la nuova generazione di psicofarmaci ha un impatto sempre meno distruttivo sulla salute di chi li assume, ciò non toglie che investire su questo tipo di terapie biomediche, che non danno spazio alle soggettività di pazienti/sopravvissut3, invece che sugli interventi non coercitivi come il dialogo aperto, i gruppi di auto mutuo aiuto e i progetti di autonomia, sia una scelta ideologica precisa che rispecchia un modello politico sempre più individualista, vigilante e repressivo (della devianza e della dissidenza).

Per questo crediamo che un movimento dal basso e popolare, partecipato da persone esperte per esperienza, familiari, comunità politiche e professioniste, debba opporsi all’ondata reazionaria di politiche di salute mentale, documentando gli abusi della psichiatria nelle diverse istituzioni dove lavora e lottando per un accesso democratico e universale alle diverse forme di cura comunitaria non autoritarie ma anzi consensuali ed emancipatorie.