Appunti dal Convegno Nazionale di Intervoice Italia (11 e 12 settembre 2026, Torino)

Olio su tela, Augustin Lesage, 1935

L’11 e il 12 settembre 2026 si è svolto a Torino, presso il Campus Einaudi dell’Università, il convegno nazionale “Dialogo, partecipazione, sapere per esperienza: trasformare le pratiche di cura nella salute mentale”, organizzato dall’associazione Intervoice Italia Aps.
Una piccola delegazione della Brigata Basaglia di Milano e Torino ha partecipato alle due giornate, riportiamo qui per iscritto alcuni degli spunti e dei momenti che ci hanno colpito di più. 

L’associazione Intervoice Italia Aps (qui il loro sito) si occupa di promuovere attività, confronto e ricerca sul tema degli uditori di voci, a partire dall’idea che sentire le voci è un’esperienza umana e non necessariamente il sintomo di una malattia. Questa idea si scontra con una cultura, medica e non solo, che considera il fatto di sentire le voci una condizione patologica e quindi un’esperienza inaccettabile e anormale, spaventosa e da reprimere in qualsiasi modo. In realtà se pensiamo alla storia, sono tante le testimonianze di persone che hanno raccontato di udire voci: Socrate dialogava con il suo Daimon, Giovanna d’Arco sentiva le voci dei santi e così tanti profeti e mistiche, come lldegarda di Bingen e Teresa d’Avila. Anche nella cultura popolare ci sono interpretazioni non stigmatizzanti o negative di questo fenomeno, come ad esempio il rapimento spirituale, la magia, l’ispirazione poetica o filosofica, che non implicavano necessariamente la patologizzazione e la medicalizzazione (qui un breve articolo in proposito dal sito Intervoice online – in inglese).

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L’elettroshock è tortura: no all’inserimento della TEC nel piano sociosanitario del Piemonte

«L’elettroshock non è di per sé una terapia violenta, ma può essere violento l’uso che se ne fa» dice lo psichiatra Vincenzo Villari, già direttore del dipartimento di Neuroscienza e Salute mentale della Città della Salute di Torino, intervistato da Repubblica sulla proposta di Fratelli d’Italia di inserire l’elettroshock nel nuovo piano sociosanitario della regione Piemonte. 

Viene da chiedersi: quale sarebbe l’utilizzo non violento di una pratica medica utilizzata storicamente per annichilire le soggettività, spogliarle della propria memoria e della propria personalità per ottenere individui docili e obbedienti? La tortura sotto anestesia è meno tortura? Chi mai potrebbe considerare un trattamento simile una “cura”?

L’elettroshock viene sponsorizzato dai suoi promotori contro i casi di “depressione resistente ai farmaci”: come afferma Piero Cipriano ne “Il manicomio chimico” si tratta di persone che subiscono i danni di anni e anni di prescrizione di psicofarmaci, senza mai una prospettiva di scalaggio, fino al punto in cui proseguire a livello farmacologico può condurre al verificarsi di crisi indotte dai farmaci stessi. A questo problema reale, dovuto all’abuso delle prescrizioni, gli scioccatori rispondono applicando scariche elettriche al cervello.

Dice Cipriano: «è l’accanimento terapeutico degli psichiatri, che non sapendo che fare strafanno, prima con i farmaci, presi dall’ebbrezza che finalmente anche loro hanno i farmaci per curare le malattie, e quando i farmaci smettono di funzionare, passano alla corrente elettrica, ritornano alla terapia convulsiva, per trattare i malati di nuovo come i maiali del mattatoio […]

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