LA CLINICA AI TEMPI DEL FASCISMO: parte seconda

Día de la Resistencia, Gerardo Rayo, 2024 (Xilografia)

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La cultura fascista influenza anche le scienze psicologiche, le quali, a loro volta, alimentano e sostengono una certa atmosfera autoritaria. Chiara Volpato ricostruisce il dibattito italiano tra psicologia e razza durante il periodo fascista. La ricercatrice riporta alla luce la “race psychology” italiana, una psicologia razziale rimossa dalla memoria collettiva. Negli anni ‘30 e ‘40 del Novecento una serie di studiosi cercarono di declinare il Manifesto degli scienziati razzisti in ambito psicologico. Il professore degli atenei di Bologna e Modena, Mario Canella, tenne in quegli anni il corso di Biologia delle razze umane, fu redattore della Rivista di Psicologia e scrisse il libro Principi di psicologia razziale. Canella attribuiva ai tratti psichici un ruolo fondamentale nella costruzione della gerarchia razziale, intesa come una “razza mentale”.

Per difendere la razza Canella proponeva la progressiva eliminazione dalla massa dei tarati (fisici, mentali o morali) che tendevano a procreare altri tarati. Si trattava di fare una selezione artificiale separando gli elementi che non erano in armonia con il corpo nazionale. Gli ebrei venivano descritti con una stessa forma mentale: stesso carattere non amabile, fare sornione, animo utilitarista e venale, una concezione della vita non eroica, un orgoglio esasperato e un eretismo nervoso e psichico. La razza da lui definita dei Negri, aveva in comune delle caratteristiche affettive come il tachipsichismo, il predominio dell’emozione, la sessualità sfrenata; delle proprietà mentali, come l’incapacità di riflessione critica, di ragionamento logico, di generalizzazione e astrazione; dei tratti comportamentali come l’extraversione, l’orrore della solitudine e l’imitazione pedissequa.

Un altro studioso dell’epoca fascista, Nicola Pende, sviluppò la corrente del razzismo spiritualista tedesco cercando di promuovere l’ortogenesi, una disciplina improntata a migliorare il valore umano della nazione. Si trattava di difendere l’igiene razziale: combattere le anomalie, valorizzare la produttività della stirpe ed evitare la contaminazione della razza. Lo studioso Gasparrini applicò le teorie di Pende somministrando un esame psichico, che includeva un test di Rorschach, alle reclute dell’Aeronautica per individuare il loro patrimonio ereditario. Vidoni si impegnò nel dimostrare la superiorità della stirpe ligure-apuana grazie alle origini comuni con le stirpi nordiche. Presso l’Istituto di Psicologia Sperimentale dell’Università di Napoli, Galdo fu chiamato a valorizzare gli attributi psichici e fisici della propria razza per combattere il decadimento prodotto dall’incrocio con elementi estranei, come le popolazioni tropicali e subtropicali che presentavano “minori qualità fisiche e psichiche”, “gente senza energia fisica e morale (…), esseri deboli malaticci ed ipersensuali”. 

Il direttore della Scuola di Psicologia Sperimentale di Firenze, Marzi, fu chiamato a partecipare a una commissione per svolgere l’Inchiesta sugli elementi della razza italiana. In generale, queste teorie godevano di consenso nella comunità scientifica e i testi di psicologia razziale venivano recensiti nelle riviste di Neurologia, Psichiatria, Psicoterapia e Psicologia del lavoro. Le pubblicazioni che arrivavano dalla Germania nazista venivano elogiate, il suprematismo bianco era un assioma a priori indiscutibile, l’unica critica veniva mossa alla subalternità della razza mediterranea rispetto a quella ariana promossa dai tedeschi. La psicologia razzista funzionò anche come base teorica per giustificare il legame tra criminalità e razza sulle riviste giuridiche. L’esigenza di costruire una psicologia e una criminologia razzista nasceva soprattutto dal bisogno di legittimare i crimini di guerra nelle colonie italiane in Africa. Il governatore fascista della Libia aveva usato l’ideologia eugenetica per giustificare il trattamento a cui erano sottoposti i prigionieri berberi nel campo di Uau el Chebir: se essi non condividevano lo stesso universo di significati con le società civilizzate allora non avevano diritto all’espiazione e la redenzione del sistema giudiziario dei bianchi. 

Se le leggi razziali in Italia vennero accompagnate e sostenute dalla produzione scientifica in ambito psicologico, la deriva neofascista e securitaria attuale vede il suo riflesso in un movimento di controriforma in ambito psichiatrico. Già nel 2021, la scrittrice Federica Manzon denunciava sulle pagine di Internazionale l’ascesa in Friuli Venezia Giulia, la terra del movimento di liberazione anti-manicomiale, di una classe dirigente favorevole alla contenzione, alle porte chiuse nei reparti psichiatrici e al riduzionismo farmacologico. Diverse inchieste hanno messo in evidenza l’uso massiccio e indiscriminato di psicofarmaci nelle istituzioni totali, soprattutto nei CPR e nelle carceri. Il Manicomio chimico descritto dallo psichiatra Piero Cipriano è indispensabile a mantenere funzionanti quei servizi di cura che svolgono soprattutto un ruolo di vigilanza e contenimento sociale con persone disabilitate, neurodivergenti, dipendenti da sostanze, anziane, povere e migranti. 

Una recente risoluzione del Consiglio Superiore della Magistratura sul tema delle REMS-Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza che sono nate per superare e chiudere gli OPG-Ospedali Psichiatrici Giudiziari, sembra andare nella stessa direzione, quella neo-manicomiale. Nel documento si cita la necessità di distinguere gli ‘internati’ potenzialmente recuperabili dagli ‘irrecuperabili’, quelli “non curabili” e per i quali non varrebbe la pena sprecare risorse per aiutarli a reinserirsi sul territorio. Sulle REMS vorrebbe legiferare anche l’attuale governo con il DDL Zaffini che prende il nome dal senatore di Fratelli d’Italia che lo ha proposto. Nel disegno di legge si propone di aumentare i posti letto nelle REMS, da venti a venticinque. Questa richiesta di ampliamento non è giustificata, dato che il numero di persone ricoverate è ad oggi inferiore all’attuale capienza massima delle residenze. Secondo il collettivo Critical Psychology questa proposta va nella direzione di trasformare le REMS in nuovi manicomi criminali gestiti da guardie private e con un numero di utenti in continua espansione. Si alimenta così una una logica segregativa ereditata dal Codice Rocco, introdotto dal regime fascista:  “Quest’ultimo”, scrivono le attiviste del collettivo, “attraverso il sistema del ‘doppio binario’, prevede infatti la pena carceraria per chi è imputabile e misure di sicurezza per chi non è imputabile (come il ricovero in REMS per chi soffre di disagio psichico)”. Nel DDL Zaffini viene aumentata anche la durata dei TSO-Trattamenti Sanitari Obbligatori, da sette a quindici giorni prolungabili. Viene anche proposto l’aumento degli SPDC-Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, le strutture ospedaliere dove si ricoverano i pazienti, invece di potenziare, come vorrebbe la legge 180 di Basaglia, i servizi di cura territoriali come i CSM in un’ottica comunitaria. Si prevede di aprire sezioni sanitarie specialistiche psichiatriche nelle carceri in modo da legalizzare la pratica già in voga di effettuare TSO ai detenuti. 

Il senatore Franco Zaffini che ha prestato il nome al disegno di legge porta con sé un background politico inquietante: come consigliere di Alleanza Nazionale della regione Umbria ha contribuito alla cancellazione sistematica dell’esperienza di de-istituzionalizzazione perugina. Secondo un’inchiesta della Brigata Basaglia di Perugia, nel capoluogo umbro i servizi psichiatrici versano in condizioni tragiche sia in termini di risorse che in termini di filosofia e metodo. Il reparto psichiatrico dell’Ospedale di Perugia viene descritto come un non luogo, abbandonato, dove vengono violati i diritti umani: sovraffollamento, condizioni igieniche indegne, topi, privazioni di effetti personali, contenzioni meccaniche e farmacologiche costanti. Secondo i dati ottenuti tramite una richiesta agli atti dell’ASL di Perugia, nel reparto psichiatrico sono avvenute 65 contenzioni in sei mesi, durante il semestre luglio-dicembre 2023, una ogni 3 giorni della durata media di 2 giorni ma che sono arrivate fino a 232 ore consecutive durante le quali una persona è rimasta legata al letto. Sempre secondo Critical Psychology: “Stiamo assistendo a un lento ma inesorabile passaggio dallo Stato sociale a uno Stato penale” con la schedatura delle persone trans, la diffusione delle zone rosse permanenti e l’entrata in vigore del Decreto Sicurezza che tra le altre libertà viola anche la privacy ospedaliera. Le nuove politiche stanno promuovendo il ricovero psichiatrico come uno strumento di salvaguardia dell’ordine sociale invece che come presa in carico e cura al servizio della popolazione sofferente; e Il DDL Zaffini rischia di applicare le stesse logiche dello Stato penale anche in ambito di salute mentale. 

La psicoanalista Francoise Sironi ci mette in guardia: nei regimi autoritari i professionisti della salute mentale tendono a diventare complici del sistema di oppressione, oppure, quando assumono pienamente il loro ruolo in difesa del benessere della popolazione, finiscono per essere perseguitati come sobillatori o fiancheggiatrici dei gruppi dissidenti. L’esilio di Freud e di molti altri psicoanalisti austriaci durante il regime nazista è un evento storico sedimentato nell’immaginario collettivo. Negli anni ‘70, durante la dittatura militare in Argentina, le psicoanaliste lavoravano in uno stato sempre al limite della clandestinità e alcune, come Marie Langer, finirono sulle liste nere degli squadroni della morte. 

Se parliamo invece di psicologia complice del potere, possiamo citare l’inquietante scoperta dei membri dell’AMP – Associazione Messicana di Psicoanalisi riguardante la loro discendenza. I fondatori della psicoanalisi messicana si erano formati nel Circolo di Psicoanalisi Profonda di Vienna coordinato da Igor Caruso e altri psicoanalisti che negli anni ‘30 non erano fuggiti durante il regime nazista. In particolare, venne alla luce decenni dopo, che Caruso aveva prestato servizio presso l’istituto Spiegelgrund dove stilava valutazioni di bambine e bambini per capire se applicargli una strana forma di eutanasia, che non era altro che uno sterminio eugenetico per migliorare la razza. Nel libro Nazismo y Eutanasia, lo psicoanalista messicano Fernando Gonzalez scava negli archivi storici e si interroga su cosa farsene di queste ombre e silenzi oscuri che avvolgono la memoria di un’istituzione clinica fondata su un terrore originale. 

Sironi cita un caso simile, quello dello psicoanalista brasiliano Amilcar Lobo che collaborava con il regime militare nei centri di tortura per garantire che i prigionieri fossero in condizione di sopportare maggiori supplizi. Negli anni ‘60 un altro psichiatra si allea con un regime totalitario, il sovietico Andrei Snezhnevsky formulò la diagnosi di schizofrenia torbida o lenta, per indicare persone apparentemente ‘sane’ che però mostravano i primi sintomi di un grave disturbo di personalità che doveva essere trattato con il ricovero e dosi di antipsicotici. L’etichetta diagnostica venne criticata per essere usata come strumento per spogliare dei loro diritti i dissidenti politici che presentavano litigiosità o riformismo. Sironi ci parla anche dei regimi totalitari del presente: negli Stati Uniti, il Paese con la più grande fetta di popolazione incarcerata del mondo, gli psicologi partecipano nell’esecuzione delle pene di morte dei condannati. 

Nell’Italia odierna, gli abusi e le violenze di Stato descritte anteriormente sono spesso avallate o legittimate da diagnosi psichiatriche, dal sovradosaggio di farmaci e da consulenze mediche. Tra le persone indagate per la mattanza del carcere di Santa Maria Capua Vetere c’è una psicologa che lavorava a contratto con il penitenziario e ha ammesso di aver firmato un verbale falso per protrarre l’isolamento dei detenuti dopo i pestaggi, uno di questi, Hakimi Lamine, è morto pochi giorni dopo. L’ondata repressiva si riflette anche nei luoghi professionali e di formazione: il 16 novembre 2024 l’Ordine degli Psicologi del Veneto organizza il convegno “Psicologia Militare e Civile a confronto: strategie per il benessere organizzativo e il potenziamento della performance” a cui i collettivi Critical Psychology, Psycho Active e Assemblea Salute e Cura hanno risposto con un presidio. Il Collettivo di Psicologia dell’Università Sapienza ha invece denunciato che un loro professore è stato nominato dal governo Meloni come capo del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS), stabilendo un pericoloso antecedente di commistione tra accademia, psicologia e servizi segreti.

El Ángel de la Historia, 2024, Gerardo Rayo (Xilografia)

Alla domanda: chi si occupa di salute mentale può prendere una posizione politica? Dovremmo rispondere con un’altra domanda, qual è la posizione che gli specialisti della salute mentale stanno prendendo di fronte all’avanzata del fascismo? Neutralità complice? Silenzio timoroso? Il fatalismo del tanto non possiamo farci niente? Come ci insegnano le psicoanaliste argentine autrici di Cuestionamos: documentos de crítica a la ubicación actual del psicoanalisis, la violenza politica irrompe nel setting clinico. Nel testo analizzano casi clinici, in particolare delle sedute all’indomani della feroce repressione del movimento studentesco argentino negli anni ‘60 e dell’uccisione di uno studente che ha provocato una reazione di commozione a livello nazionale. I sogni, le fantasie, le ansie delle pazienti riflettono il terrore, il lutto, la paura e l’insicurezza provocata da questo evento storico. C’è chi si immagina la terapeuta abbandonare il Paese e chi teme che entrino i poliziotti a cavallo dentro lo studio durante la sessione. Le psicoanaliste capiscono che esiste un ‘oggetto comune’ che lega l’esperienza di pazienti e quella dei clinici: la società, il Paese ferito. Un clima generale che rompe la neutralità del setting e coinvolge la terapeuta. Secondo le autrici non resta che farsi carico di questo ‘oggetto’ condiviso, del ‘fuori’ che irrompe e che spesso richiama alle preoccupazioni del ‘futuro’, sia della paziente che della sua terapeuta. Nominare l’evento storico è inevitabile e permette di produrre delle interpretazioni analitiche più precise del materiale simbolico portato dai pazienti. Come nominare l’oggetto comune, il clima autoritario, che oggi si sta diffondendo nella nostra società? Come possiamo prendere una posizione di fronte all’assedio di disegni di legge, decreti, delibere e definanziamento a cui viene sottoposto il sistema sanitario e in particolare i servizi di cura della salute mentale?

La risposta non è facile perché nei luoghi di formazione l’avanguardia basagliana è stata quasi cancellata. Lo sguardo sociale che ha distrutto i manicomi e costruito il Sistema Sanitario Nazionale ha lasciato il posto allo sguardo biomedico, al fascino della ricerca neuroscientifica, all’arte di legare i pazienti, alla rapidità della diagnosi e al consumo di massa degli psicofarmaci. Nelle scuole di psicoterapia le specializzande si indebitano, competono per avere accesso ai sempre meno posti di tirocinio non retribuiti nelle ASL e aderiscono a orientamenti clinici sempre più simili a sette religiose che non dialogano tra loro. Nel frattempo ogni psichiatra del settore pubblico gestisce centinaia di pazienti che vede saltuariamente solo per aggiustargli la terapia farmacologica e compilare relazioni. Un lungo percorso di gavette e formazione a pagamento mette alla prova le nuove generazioni di psicologi sventolandogli davanti uno stile di vita benestante che non esiste più: mentre il costo della vita si impenna le piattaforme di terapia online stanno trasformando la salute mentale in un fast-food e il lavoro terapeutico in un’occupazione precaria di consegna a domicilio. 

Come nella serie coreana Squid Game la vita lavorativa diventa una lotta per la sopravvivenza all’ombra di un gigantesco montepremi che si ingrandisce man mano che gli altri competitor vengono eliminati. La serie scritta e ideata da Hwang Dong-hyuk ha avuto un successo planetario cavalcando la cosiddetta Korean wave ma poco si conosce a proposito delle storie reali che l’hanno ispirata. Il protagonista Gi-hun, il giocatore 456, è un ex-operaio dell’impresa fittizia Dragon Motors che sembra però ispirarsi ai licenziamenti di massa, questi sì reali, della casa automobilistica Ssangyong nel 2009. Duemilaseicento lavoratori vengono lasciati a casa e decidono di occupare la fabbrica iniziando uno sciopero che dura settantasette giorni. La mobilitazione finisce con uno scontro campale tra gli scioperanti armati di fionde, molotov e mazze di bamboo e la polizia che gli spara proiettili di gomma e usa i taser. Molti operai vengono pestati a sangue e incarcerati per anni. Negli anni successivi più della metà dei lavoratori ha presentato un disturbo post-traumatico da stress, l’80% ha sofferto di depressione, molte delle loro vite matrimoniali si sono deteriorate, cinque di loro si sono suicidati e altri cinque sono morti per malattie cardiovascolari, infarto ed emorragie cerebrali che potrebbero essere state causate dallo stress dei licenziamenti. 

Mentre Gi-hun si destreggia tra le prove dello Squid Game, il detective Jun-ho investiga gli ideatori del gioco mortale e incappa in un archivio segreto dove viene segnata la data della prima edizione: 1988. Qui si apre un altro parallelismo con la storia recente della Corea del Sud, il campo di detenzione Brothers’ Home, chiamato anche l’ “Auschwitz coreana” dove venivano rinchiuse e torturate persone senza fissa dimora, bambini, studenti e oppositori politici durante la pulizia sociale della dittatura degli anni ‘70 e ‘80. Alla vigilia dei giochi olimpici di Seoul del 1988, che nella serie coincidono con la prima edizione di Squid Game, la pulizia sociale si intensifica: vengono sequestrate e rinchiuse tutte quelle persone povere e marginalizzate che possono rovinare il palcoscenico internazionale delle olimpiadi. Le inchieste recenti parlano di centinaia di morti ma anche di una gestione della struttura di assistenza sociale Brothers’ Home come un campo di lavoro forzato dove gli stessi prigionieri vengono obbligati a occupare posizioni di comando, si implementano punizioni collettive, migliaia di bambini vengono coinvolti in traffici internazionali per essere adottati e vengono somministrati farmaci antipsicotici in massa per contenere chimicamente gli internati. 

Come uscire da questo gioco di sopravvivenza e dare spazio a delle rivendicazioni collettive, come rompere la catena del burn-out, darci il tempo di condividere le nostre mancanze e farle diventare dei desideri collettivi di trasformazione? È possibile una coscienza di classe che mobiliti pazienti, sopravvissute, familiari, operatori, professioniste, comunità e quartieri per combattere l’abbrutimento della vita, del lavoro e del nostro mondo interiore? È possibile smettere di combattere l’uno contro l’altra e prendere una posizione antifascista, puntare la pistola contro i padroni del gioco sadico che ci impoverisce invece che competere con chi ci sta a fianco o discriminare chi è rimasta in dietro? Come viene rappresentato nel film d’animazione Inside Out 2, quando l’emozione dell’ansia prende il sopravvento, la nostra immaginazione viene usata contro di noi producendo solo scenari negativi. Nel film di animazione Pixar vediamo i minuscoli personaggi che si occupano delle proiezioni dell’ansia come se fossero degli impiegati di un call center. La giovane protagonista Riley riesce ad addormentarsi solo quando viene fomentata una rivolta nel suo call-center mentale: gli impiegati si ribellano iniziando a produrre scenari ottimisti e finiscono per spaccare i separé che li dividono per poi distruggere il maxischermo con il quale l’Ansia li comandava. 

Può essere questa un’allegoria dell’impoverimento collettivo che ci sta travolgendo, del fascismo sottile che non ci lascia tempo di pensare a un mondo diverso, di immaginare una società non solo più sopportabile ma addirittura migliore? La sopravvivenza individuale, la carriera professionale, l’arrivare a fine mese e il far quadrare i conti diventano gli unici output possibili mentre intorno a noi gli scenari di guerra avanzano così come le leggi liberticide e le catastrofi climatiche. Oggi più che mai viviamo in un’epoca dove l’ingenuità di una posizione neutrale, e quindi connivente con l’attuale regime autoritario, non è più accettabile. Prendere posizione vuol dire decidere se collaborare con il sistema di controllo e repressione, oppure scegliere un punto di ascolto partigiano, a favore della vita e della pace: significa non combattere per il premio finale in denaro ma contro lo Squid Game che ci mortifica. Per farlo, come ci esortano a fare le comunità zapatiste del Chiapas, dobbiamo affrontare le nostre crisi di genere, calendario, geografia, classe e razza per poi scegliere l’opzione più difficile: vi dispererete, se non vi state già disperando, cercherete altr3 come voi, organizzerete la vostra disperazione.
 Lo psichiatra Frantz Fanon in Pelle nera maschere bianche scrive che l’alienazione del Nero non è una questione individuale. Per capire il malessere psicologico, accanto alla filogenesi, le tappe dell’evoluzione della specie, e all’ontogenesi, gli stadi di sviluppo che portano l’embrione umano a essere un individuo, bisogna sempre tenere in mente anche la sociogenesi: “la vera disaleniazione del Nero implica una brusca presa di coscienza delle realtà economiche e sociali”. La psicoanalista Sironi sostiene che quando nella terapia con persone torturate si riesce a creare un’alleanza tra terapeuta e paziente ‘contro’ l’ingerenza del torturatore interiorizzato, e della sua azione traumatizzante, i pazienti riescono a riconnettersi con la loro comunità culturale e spesso finiscono per occupare posizioni di leadership nelle loro organizzazioni politiche. Lo psicologo Martin Barò, a proposito del trauma della guerra civile in El Salvador, scrive che la psicoterapia è insufficiente: “Se non si produrrà un cambiamento significativo nelle relazioni sociali (strutturali, gruppali e interpersonali), come oggi si realizzano nel Paese, il trattamento del singolo individuo sarà quanto mai incompleto”. Gli psicologi per Martin Barò devono demilitarizzare e depolarizzare il pensiero; e per farlo bisogna fomentare la convivenza sociale, favorire l’interazione collettiva necessaria per arginare la propaganda, gli immaginari bellici e la negazione del dissenso. Militanza gioiosa, organizzazione, libertà sessuo-affettiva, giustizia economica, memoria collettiva e vita comunitaria sono i nodi della rete delle vita e della pace che dobbiamo tessere per frenare la locomotiva del progresso mortifero e guerrafondaio che sta dilaniando i nostri mondi.