Condividiamo con piacere un commento al nostro testo La Clinica ai Tempi del Fascismo diventato anche una zine autoprodotta, scritto da un caro compagno e militante della Casa del Popolo Villa Medusa di Bagnoli (Napoli), uno spazio di critica e di organizzazione dal basso che per noi rappresenta un’ispirazione e un esempio di lotta.

Walter di Villa Medusa
Dopo un bel po’ di tempo, ho recuperato alcuni appunti sul vostro documento “La clinica ai tempi del fascismo”. Innanzitutto è sempre importante sottolineare che un documento così corposo scritto a tante mani è un risultato molto importante. Mettere per iscritto è una risorsa importante, soprattutto se lo si fa collettivamente, perché almeno costruisce un fermo-immagine di una sintesi collettiva anche solo temporanea, ma che è comunque sempre il frutto di uno sforzo di movimento che prova a toccarsi l’unə con l’altrə dentro il magma indefinito dei nostri pensieri, delle nostre riflessioni e delle nostre pratiche. È così poco scontato che io infatti rispondo a questo testo, dopo tempo che ho provato a fare diversamente, individualmente, perché in altra forma non siamo riuscitə a fare.
Credo sia superfluo in questi scambi sottolineare i punti di convergenza. Innanzitutto grazie per ricordare Ugo Russo e soprattutto Davide. Per lui, e per tutta la famiglia Bifolco, proprio da Bagnoli partì un movimento di solidarietà e di richiesta di “Giustizia e Verità” che mai potrà cancellare e ridare Davide ai suoi cari, ma ha provato a restituire un po’ di luce ad un quartiere la cui nomea è il principale motivo della sua esecuzione.
Parto in particolare dalla conclusione. Possiamo prendere una posizione? Come la possiamo prendere? Sulla prima domanda abbiamo già risposto: si. Possiamo e dobbiamo prendere una posizione. Come lo possiamo fare? Denunciando la nocività di questo sistema. Lo elencate bene: dalla repressione alla paura, dalla privazione alla coercizione, dall’abbandono alla violenza, e potremmo andare a lungo. Possiamo riflettere di più su un approfondimento di questa questione: che vuol dire prendere una posizione?
Perché se prendere posizione vuol dire stare sul campo della denuncia, lo possiamo fare e, in realtà, lo facciamo già.
Possiamo anche utilizzare le professionalità, le competenze, le relazioni, i vissuti e le esperienze che il privilegio del contatto umano del lavoro (professionale, sociale o politico) che svolgiamo ci garantiscono? Se sì, allora abbiamo il dovere di spingerci ancora più in là. Abbiamo uno sguardo competente, uno sguardo attivo, e rendersi conto della particolarità della propria posizione (come dice Bourdieu) è importante per capire la specifica tipologia di contributo che possiamo portare. Perché la denuncia la possono fare tuttə, anzi forse dovremmo lasciare più spazio a che la faccia chi subisce maggiormente le deficienze di questo sistema (persone sofferenti, familiari, ecc.), ma un approfondimento critico della situazione attuale, da dove viene, come produce i meccanismi che denunciamo, e dove dobbiamo andare, invece è qualcosa che possiamo e dobbiamo fare noi.
Fatta questa enorme premessa provo ad essere diretto, come credo dovremmo sempre più fare tra di noi, perché tanto abbiamo capito che ci vogliamo bene e ci stimiamo, ed è inutile girare attorno alle cose se vogliamo realmente approfondirle. I temi che mi sorgevano, sin dalla prima lettura, del vostro scritto, sono essenzialmente due:
1) da titolo, e dal resto del testo, provate a ricostruire la deriva della fase attuale attorno alla problematica dell’avanzata del fascismo. Può essere utile però un approfondimento.
Se partiamo da un’analisi più strettamente politica, in che senso definiamo “i fascismi” in avanzata?
Sia in termini di consenso politico (i partiti di “destra” non hanno più voti né percentuali né assoluti rispetto a 15 anni fa, guardando anche solo al contesto europeo), sia in termini di pervasività nella società (15/20 anni fa c’erano roghi dolosi nei campi rom, caccia all’uomo verso lavoratorə immigratə, non si parlava dei femminicidi, la violenza domestica era una normalità diffusa, ecc.).
Non possiamo parlare di un aumento sostanziale. Ad essere aumentata è la nostra percezione soggettiva di questi fenomeni: i social, in particolare, amplificano a dismisura certi fenomeni costruendoli come sociali quand’anche non lo sono. Basta un post con un paio di migliaia di like al Vannacci di turno e ci spaventiamo di essere ricoperti di un’ondata nera, ma forse ricordiamo poco che cosa voleva dire girare nei quartieri popolari, esprimere una relazione omosessuale in pubblico, non pochi anni fa.
Ma quello che dal nostro privilegiato punto di vista può essere interessante approfondire è: ma nella nostra pratica clinica individuiamo un accrescere del fascismo? Le tendenze che, anche negli incontri comuni, abbiamo osservato forse sono altre. Osserviamo un abbandono complessivo del riferimento verso l’istituzione sanitaria pubblica come strumento di risoluzione delle difficoltà personali e collettive. Notiamo però anche un aumento della “fiducia” nei confronti della salute mentale. Che non tutti possono permettersi, ma che è in netto aumento. L’ampliamento del mercato, sia quello privato che di conseguenza quello delle piattaforme, ne è un segno tangibile. Un aumento che è determinato da tanti fattori ma che indubbiamente è trainato dalle nuove generazioni, che dalla pandemia in poi hanno messo il tema della salute mentale come centrale, chiusi nello spazio privato come sono stati in particolare nella pandemia, e avendo perso (tranne forse con Fridays for Future) la presenza nello spazio pubblico della società. Quello che vediamo è atomizzazione, allontanamento, abbandono, più che sentimenti reazionari (fenomeni come gli incel o simili, possiamo dirci, sono una minoranza preoccupante nel merito ma poco tangibile nel corpo complessivo della società).
Più che un’avanzata fascista/reazionaria, l’elemento più preoccupante è che scompare progressivamente sempre più, una reale alternativa politica e sociale di fronte alle crisi multiple del mondo attuale.
Questa riflessione non la pongo per farne una questione di lana caprina, ma per provare ad individuare le direttrici di lotta che il nostro “movimento” può portare. Oggi non dovremmo avere paura di dire che, più che le “destre” che risolvono il problema della sofferenza esclusivamente con la coercizione, tutti i sistemi di welfare della salute sono stati distrutte dal neoliberismo dei partiti socialdemocratici e fintamente progressisti? Fintamente schiavi delle sovrastrutture finanziarie mondiali, i partiti delle “sinistre” hanno utilizzato le principali armi in loro possesso per distruggere ogni forma di sostegno alla salute mentale pubblica. Sostenendo la sussidiarietà (di cui anche noi stessi siamo vittime) ha utilizzato i tagli alla sanità pubblica per redistribuire alle sue reti di potere finanziamenti a pioggia tramite i sistemi di associazioni e cooperative che hanno tamponato la situazione precarizzando enormemente le condizioni di vita e di lavoro dellə operatorə del settore. Ha costruito costrutti ideologici assolutamente compatibili alla performatività del capitale: senso di colpa, individualizzazione del fallimento, competizione sfrenata. Il fascismo, almeno, produce resistenza. I “sinistri” producono la sussunzione di quella rabbia, togliendo il potenziale trasformativo di cui è portatrice.
Si potrebbe dire che questi ultimi sono stati elementi che hanno dominato la cosa pubblica in particolare negli anni ‘10 (2010-2020) e che oggi la situazione è cambiata, ed in parte è vero. Quel tipo di politica ha dominato il mondo occidentale come esito dell’evento chiave (finora) del nuovo millennio: la crisi del 2008.
Allora se vogliamo individuare qual è la faglia di questo momento dobbiamo spostare ancor di più lo sguardo. Dobbiamo mettere al centro la guerra. Anche in questo caso, questa riflessione non è mossa da una presunta ricerca di “correttezza” politica, ma per darci degli elementi che possono servire a noi. La guerra oramai impera attorno a noi, la vediamo in televisione, è sulla bocca di tutta la politica, è sdoganata in ogni forma. Nel pratico agisce nelle nostre vite su (almeno) due fronti. Quello esterno è il più lampante, con le aggressioni imperialiste in giro per il mondo, e che ancor più deve farci riflettere rispetto al ruolo che abbiamo noi occidentali, che siamo parte dei paesi aggressori. C’è una enorme fetta di popolazione mondiale che vive in guerra, e non è solo Gaza, non è solo l’Iran o l’Ucraina, ma decine e decine di scenari di guerra o guerriglia più sottaciuti. Di che salute mentale parliamo di fronte a questo? In che modo possiamo “prendere posizione” anche riguardo a ciò? Disertare la guerra, che era uno dei temi anche dell’ultimo tavolo di Contatto, non è solo la spinta a non parteciparvi attivamente (gli eserciti, al momento, non ne hanno bisogno) ma a disertarla come questione complessiva con tutte le sue ricadute. Sicuramente la “immigrazione” è una di queste, e non possiamo lasciare solo all’etnopsichiatria di pochi (e sono sicuro che lì dove la questione è ancor più centrale, come al nord, già non lo si fa) la sfida di affrontare la questione. L’altro fronte è quello dell’ideologia di guerra, la costruzione di un modello dominante legato al sostegno dello sforzo bellico, politico e industriale. Un problema molto serio che ci troveremo ad affrontare è che l’industria bellica sarà probabilmente uno dei principali punti di assorbimento di forza lavoro medio-alta qualificata (ingegnerə, tecnicə, ecc.) o scarsamente qualificata (logistica di guerra, fabbrica), e ad oggi il ricatto tra lavorare per l’industria bellica o rimanere a casa inizia ad essere forte. Così come forte è il tema di collegamento che c’è tra il carovita e l’aumento dei prezzi, la guerra come fattore incidente di questo, e il ragionamento attorno alle nostre professioni (edu-psi direi) e a come si rapportano ai settori privati e ai costi che questi hanno per le persone che non se lo possono permettere. Uno slogan che abbiamo lanciato da tempo a Napoli è: “la cura non è un privilegio”. E questo si intreccia quindi anche con gli aspetti corporativisti con cui alcune rivendicazioni “di settore”, come potrebbero essere le nostre, si confrontano.
Se la guerra è la cifra del nostro tempo, lo vediamo questo anche nelle persone sofferenti. Cosa domina oggi? La preoccupazione. Domina la paura, l’incertezza, il timore che possa accadere qualcosa di brutto e non possa accadere qualcosa di bello. Viene facile allora rispondersi al perché i disturbi d’ansia, come fu l’isteria nel ‘800 e la schizofrenia nel ‘900, dominano il campo della patologia mentale della nostra epoca.
Vi chiudo questa riflessione sul fascismo con un ultimo aspetto: il fascismo dovrà ancora arrivare, e se arriverà forse avremo imboccato una via giusta. La mia è ovviamente una provocazione che spiego. Il fascismo “storico” italiano nacque di fatto come reazione della borghesia agricola con il sostegno dei grandi gruppi industriali contro alla mobilitazione operaia del biennio rosso. A fronte degli scenari post-bellici, con lo “spettro” della rivoluzione bolscevica, l’organizzazione operaia non era solo una preoccupazione, ma il terrore del capitalismo e dei capitalisti di inizio secolo. Il fascismo si organizza contro di essa. In alternativa, non c’è bisogno di mettere in campo quel livello di violenza. La democrazia rimane il miglior involucro possibile del capitalismo. Se di fronte agli scenari di guerra, al peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, alla caduta del potere mondiale di alcuni paesi del blocco occidentale, vedremo la crescita esponenziale di movimento di massa, allora possiamo dire che il fascismo sarà una risposta che vedremo messa in campo. E sicuramente, quello che vedete con occhio lungo nel vostro documento come pervadente all’interno della società, prepara a questo. Non preoccupa tanto l’azione repressiva, le condizioni delle carceri, le discriminazioni istituzionali, ma quanto tutto questo sia legittimato da una fetta della popolazione, che però a al momento lo fa passivamente (e i social aiutano molto a permettere questa passitivà). Se dovesse essere necessario questa passività potrebbe essere trasformata in forme più attive (ma come d’altronde contro Black Lives Matter e movimenti vari è successo anche negli USA con il finale assalto a Capitol Hill). Ma se dovesse succedere, forse vorrà dire che anche “lə nostrə” saranno in condizioni oggettive di maggior forza. Sinceramente, tra il pantano e questo, non saprei cosa scegliere.
Cosa tocca a noi? Forse sfidare ancor di più l’imparzialità. Forse, con tutte le contraddizioni del caso, più che “far stare bene”, dovremmo “far arrabbiare”, dovremmo “far organizzare”, dovremmo “far mobilitare”, e dire alle persone che la gran parte delle loro preoccupazioni e problematiche non ha il nome dellə sorellə, dellə amicə, del parente di turno, ma ha dei nomi e cognomi ben precisi.
Abbandonare la “innocenza” della nostra professione, e renderla strumento partigiano, per prendere posizione, per schierarsi. D’altronde parteggiare vuol dire in gran parte anche resistere e da più fronti ci arriva la conferma che la resistenza è terapeutica.
E, forse, la possibilità di radicalità che ci viene data dal nostro sguardo privilegiato, dovrebbe anche essere messa al servizio di immaginare: quale mondo possibile? Restituire l’immaginazione, la speranza, l’idea. Altrimenti la paura, la preoccupazione e la competizione potrebbero portare ad un fascismo che, forse ancora non c’è del tutto, ma che effettivamente potrebbe rafforzarsi e diventare prevalente nelle nostre vite.
2) l’altro aspetto, più di curiosità, è relativo ad alcuni riferimenti del vostro documento ma su cui ci siamo confrontati anche nei momenti di incontro a Contatto. Nel documento si aggirano molti riferimenti alla psicoanalisi. Andando a rivedere il documento per capire se era una mia suggestione o meno, la funzione search mi evidenziava come il termine psicoanalisi (o psicoanalista), compare 18 volte all’interno del testo, 1 volta in più del termine “psicologia” o molto più di altri (come “clinica” o “psicologia clinica”). Su questo quello che vi pongo è una domanda. La questione degli orientamenti clinici è sicuramente un altro tema che potremmo approfondire, perché noi stessə siamo talvolta condizionati dalla scuola di pensiero che ci ha formato, tendenzialmente difendendo anche un po’ la nostra casa, è naturale. Nell’ottica di produzione di un pensiero critico competente dobbiamo analizzare il tema degli orientamenti, il perché la nostra professione ha questo tipo di divisione (tendenzialmente è l’unica, non credo che tra lə architettə o lə biologə esistano delle differenze strutturate in orientamenti così strutturati, forse solo la filosofia è una branca così strutturata – e non è un caso). Da una parte – infatti – questo non è scontato: la psicologia e la psicoterapia si fondano sull’umano, e necessariamente devono partire da un’idea di essere umano fondando su questo quindi una epistemologia complessiva. Se ogni orientamento ha una sua idea di umano e di mondo allora questa porta in sé anche delle riflessioni politiche. Lo accennate anche voi nel documento, la psicoanalisi è scienza borghese dell’umano. Nasce nella borghesia viennese, viene applicata con maggior successo nel mondo occidentale, è costruita anche sul piano della formazione per poter essere erogata da borghesi (i costi della formazione e la selezione sono enormi) per borghesi (i costi di unə psicoanalista sono enormi). Questo non vuol dire demonizzarla, ma inserirla dentro un processo di analisi e indagine storica, quindi analizzare il processo storico che ha portato la psicoanalisi a nascere e a diventare quel che è diventata anche in forma antagonista alle ideologie dominanti. Metterla a critica non vuol dire non essere giusti con Freud riconoscendo indubbiamente quel primo sguardo sulla persone che ruppe il determinismo organicista della psichiatria ottocentesca (già comunque scricchiolante). Il rischio che vedo è che, dentro anche ai mondi di cui facciamo parte, si faccia una santuarizzazione della psicoanalisi e un tentativo di “portare la psicoanalisi a sinistra (un po’ alla Reich) rivendicandone i meriti e provando ad allontanare gli aspetti negativi che la imborghesiscono.
Sapete bene che da Napoli abbiamo riferimenti diversi. Abbiamo un gruppo di ricerca sulle antropologie-trasformazionali e in moltə siamo formatə su questo orientamento. Allo stesso modo altri gruppi (penso ai goriziani) hanno in Basaglia e in una certa psicopatologia fenomenologica un altro forte riferimento. Ma qua il tema non è scegliere Freud o sostituirlo con Piro o Basaglia (premesso che per me, ad oggi e magari nell’essere privo di un enorme bagaglio di studio, se un riferimento dev’esserci sarà sempre e solo Samah Jabr), ma è mettere a critica la questione degli orientamenti clinici e porsi nell’ottica di una nuova epistemologia dal basso, costruita democraticamente, orizzontalmente ma con le mani dentro la materialità delle contraddizioni che affronta (ma sul ridire questo mi sento una campana stonata). Le antropologie trasformazionali ci affascinano perché partono da questi presupposti, rischiando poi nella ricerca di un’organicità e di un’universalità della propria analisi di dover dare per forza una spiegazione a tutto e di farlo in modalità ai più incomprensibili. Ma lasciamo volutamente il plurale perché non pensiamo alle AT come l’orizzonte teorico fondamentale ma ad oggi un campo di ricerca.
La psicoanalisi è certamente affascinante, ma è troppo limitata (non potrebbe essere altrimenti se analizziamo la sua crescita storica) sull’individuo o nella riduzione della collettività a mera incidenza del collettivo. È un chiaro problema anche della fenomenologia ortodossa con la sua ricerca di una “essenza” a cui la cura dovrebbe riportare per poter far stare bene rispetto alla società che ammala. All’ultimo incontro di Contatto abbiamo de-santuarizzato Basaglia (con una richiesta che, non a caso, arriva da un pezzo più giovane), e dobbiamo farlo anche con gli altri riferimenti teorico-culturali. Immaginare anche su questo: abbiamo bisogno di una nuova teoria al passo coi tempi.
Vi chiudo questa riflessione a due mani (sigh) su un elemento che può fare da chiosa a queste riflessioni. La nostra professione, la clinica, ma anche il mondo educativo-pedagogico, vanno spediti verso un orientamento evidence-based. La profittabilità e la tensione prestazionale di questo approccio è il modo con cui il capitale mette a valore anche la salute, non più solo uno strumento che serve alla riproduzione sociale ma che oggi deve essere inserito nella catena della produzione di plusvalore. Non indagare questo rischia di far impantanare noi stessi dentro a scontri tra piccoli gruppi, mentre nel frattempo gli otto incontri brevi di terapia cognitivo-comportamentale diventeranno l’unica rivendicazione possibile per opporsi all’esclusiva somministrazione farmacologica, perché nel frattempo saranno stati spazzati via ogni forma di cura basata sull’incontro e sulla relazione a favore di quella legata alle logiche prestazionali e di “riparazione”. Immaginare il nuovo serve fondamentalmente a questo, per non rimanere dei difensori di qualcosa che non c’è più e che probabilmente non potrà mai più esserci.
Grazie ancora per quello che fate, per gli sforzi che ci mettete nell’affiancare al lavoro quotidiano quello di confronto e di riflessione collettiva. Grazie ancora per quel documento e per la possibilità che date di riflettere e di unire i miseri eventi che circondano le nostre vite a quello che facciamo ogni giorno

