
Di seguito la trascrizione dell’intervento che abbiamo portato all’evento “Panopticon: le pratiche sanitarie di salute mentale nei CPR e nel sistema di accoglienza territoriale”, che si è svolto a Trento il 29 Ottobre 2025.
«Quando sono entrato per la prima volta in un carcere ero studente di medicina, lottavo contro il fascismo e sono stato incarcerato. Mi ricordo della situazione allucinante che mi sono trovato a vivere. Era l’ora in cui venivano portati fuori i buglioli dalle varie celle. C’era un odore terribile, un odore di morte. Mi ricordo di aver avuto la sensazione di essere in una sala di anatomia mentre si dissezionano i cadaveri. Tredici anni dopo la laurea sono diventato direttore di un manicomio e quando sono entrato per la prima volta ho avuto quella stessa sensazione. Non c’era odore di merda ma c’era come un odore simbolico di merda. Ho avuto la certezza che quella era un’istituzione completamente assurda che serviva solo allo psichiatra che ci lavorava per avere lo stipendio a fine mese».
Negli anni, come Brigata Basaglia, abbiamo sentito un bisogno sempre più forte di approfondire gli aspetti quotidiani e pervasivi dei dispositivi neomanicomiali e riflettere su come abbiano una doppia dimensione: una, esterna, che si manifesta nelle politiche di controllo, marginalizzazione e violenza istituzionale, un’altra, interna, che vive negli individui e nelle comunità e legittima sentimenti e pensieri di razzismo, classismo e esclusione sociale.
Quando si parla di CPR è impossibile non affrontare il tema della salute e della cura, impossibile non sentire il richiamo a una consapevolezza politica che getta le basi – epistemologiche e scientifiche – per la costruzione di modelli di cura incompatibili con le istituzioni totali. Il fatto che questa questione rimanga scarsamente affrontata dalle istituzioni – politiche, accademiche, sanitarie – mette in luce la profondità e solidità delle radici delle pratiche neomanicomiali nella nostra società.
Per questo motivo, qualsiasi nostro intervento si apre e si chiude con un’unica consapevolezza: non esiste altra possibilità che chiudere immediatamente i CPR.
Con questa consapevolezza, che si deve tradurre in azioni decise, ci sono tre aspetti su cui ci sembra rilevante soffermarsi quando si parla di CPR.
Il primo riguarda la pervasività delle pratiche neomanicomiali e di come queste siano profondamente radicate a livello culturale, politico e clinico.
«Se non riconosciamo che noi facciamo parte del mondo della minaccia e della prevaricazione da cui il malato si sente sopraffatto, non potremo capire che la crisi del malato è la nostra crisi.»
L’istituzione negata, p. 173
«Il nostro discorso antiistituzionale, antipsichiatrico (cioè antispecialistico) non può mantenersi ristretto al terreno specifico del nostro campo d’azione. La polemica al sistema istituzionale esce dalla sfera psichiatrica, per trasferirsi alle strutture sociali che lo sostengono, costringendoci ad una critica della neutralità scientifica, che agisce a sostegno dei valori dominanti, per diventare critica e azione politica.»
L’istituzione negata, p.11
Ci sembra importante scardinare l’idea dei luoghi di abuso come luoghi esclusivamente “fisici”. L’esempio del manicomio è utile in questo senso, perché mostra come l’abbattimento dei muri (necessario) non abbia scalfito la dimensione “psichica” del manicomio, che continua a vivere dentro di noi e rivivere in forme sempre nuove di abuso e violenza istituzionalizzata. E, agganciandosi alla seconda citazione di Basaglia, è evidente che la psichiatria e tutto ciò che riguarda la cura non solo non si pone in opposizione al sistema istituzionale, ma ne rimane invischiata e, spesso, complice.
Rendere visibile questo aspetto spesso maldestramente nascosto deve essere un richiamo alla radicalità, ma soprattutto un’occasione per interrogarsi su cosa rimane del manicomio dentro di noi, sulla nostra complicità e sul nostro coinvolgimento.
Questo vale in primo luogo per chi lavora all’interno delle istituzioni, i clinici, gli accademici, gli operatori: invitiamo a riflettere su quanto la loro esperienza dentro il sistema (della politica, dell’accademia, della salute) sia confortevole, performante e lineare e, se lo è, riflettere sulla necessità di stare nel disagio come esperienza trasformativa.
Prendere consapevolezza dell’interiorizzazione delle pratiche manicomiali significa anche riflettere sulla costruzione di pratiche di resistenza. E questo introduce il nostro secondo punto. Il rifiuto delle istituzioni totali non può bastare se non è accompagnato da una riflessione sulla forma che assumono le pratiche che portiamo avanti con l’obiettivo di “abbattere tutti i muri”. E per questo motivo riteniamo fondamentale porsi in modo critico rispetto a modalità assistenzialistiche dello Stato e del terzo settore, spesso intrisi di una visione coloniale difficile da scardinare (impossibile non notarlo anche in questi contesti, in cui siamo sempre quasi tutti bianchi).
Non di rado, dietro pratiche che chiamiamo “emancipatorie” è facile scorgere paternalismo, infantilizzazione, stereotipi e talvolta anche sfruttamento. Non può esserci emancipazione senza il riconoscimento delle forme di resistenza quotidiana delle persone che vivono sulla propria pelle gli abusi e che rischiano di finire spesso relegati a un ruolo di vittime preconfezionato, più per il nostro bisogno di sentirci “buoni” che da un reale riconoscimento della lotta come strumento di affermazione della dignità degli individui.
Per questo motivo, come terzo punto, riteniamo importante che un percorso collettivo di decostruzione debba andare di pari passo con una riscoperta della creatività come perno delle lotte.
Una frase che diciamo molto spesso e che è estrapolata dall’ultimo discorso di Franca Ongaro è “la radicalità è andare alla radice delle cose”. L’abbiamo ripetuta molto spesso, ma ogni volta, in ogni incontro, assume una forma diversa, riesce a assorbire il senso profondo di riflessioni complesse. Occuparsi di salute mentale in modo creativo e critico – che significa a volte anche mettere in discussione il concetto stesso di “salute mentale” – vuol dire avere coraggio sufficiente per scavare fino a intravedere le radici delle questioni e riuscire a rompere le regole. Riuscire a vedere un cambiamento dove sembra non esserci, non dimenticare che l’utopia è il faro in fondo a una strada buia.
Occuparsi di pratiche significa fare e pensare, significa “opporre l’ottimismo delle pratiche al pessimismo della ragione”. Ribaltare la narrazione che vede l’utopia come qualcosa di impossibile e velleitario. Perché, nella nostra esperienza e nella storia, quando la volontà è quella di prevaricare, non si ferma nemmeno davanti a pratiche, azioni e risultati concreti, lotte di dignità e cambiamento. Per questo è importante continuare a fare, ma rivendicando che “vogliamo tutto”, compresa l’utopia.
Che i CPR possano bruciare.
In foto: Marco Cavallo verso il CPR di via Corelli a Milano, 20 settembre 2025

