Psicologia in Palestina. Dal Messico, una ricerca sul rapporto tra psicologia e resistenza palestinese

foto di Gianpaolo Contestabile

Psicologia in Palestina


di David Pavón-Cuéllar

Università Michoacana di San Nicolás de Hidalgo david.pavon@umich.mx

ORCID: 0000-0003-1610-6531

Abstract: Viene fornita una panoramica delle diverse forme che prende la psicologia rispetto alla Palestina e nel contesto dell’occupazione da parte dello Stato di Israele e della resistenza contro tale occupazione. In primo luogo, vengono esaminati criticamente vari studi che affrontano l’aspetto psicologico del cosiddetto “conflitto” israelo-palestinese. Si distinguono due grandi categorie di lavori all’interno delle correnti principali della psicologia: quelli che cercano di spiegare e aiutare a risolvere il conflitto e quelli che tentano di individuare, comprendere e trattare i suoi effetti. L’articolo approfondisce poi un’altra categoria di lavori che si rifanno in modo riflessivo a lavori precedenti e li mettono in discussione per la loro inadeguatezza culturale, l’eurocentrismo, il liberalismo, l’individualismo e i loro meccanismi di psicologizzazione, depoliticizzazione, destoricizzazione e decontestualizzazione. Queste questioni offrono uno sguardo su una psicologia critica emergente, una psicologia critica il cui potere risiede nel suo legame con il popolo palestinese.

Parole chiave: Palestina, Psicologia, Psicologia critica, Israele, popolo.
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Traduzione a cura delle Brigata Basaglia (www.brigatabasaglia.org)

Introduzione

L’immagine abituale della Palestina è quella della sua devastazione, degli ultimi brandelli del suo territorio, di un popolo intrappolato tra le mura. È l’immagine di esplosioni, polvere, rovine, macerie, cadaveri, filo spinato, torri di guardia, campi profughi, donne in lacrime e bambini che lanciano pietre contro i carri armati israeliani. È così che la Palestina viene solitamente immaginata nel mondo e anche nell’ambiente accademico e professionale della psicologia.

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Tre punti contro i CPR. Intervento a Trento

Di seguito la trascrizione dell’intervento che abbiamo portato all’evento “Panopticon: le pratiche sanitarie di salute mentale nei CPR e nel sistema di accoglienza territoriale”, che si è svolto a Trento il 29 Ottobre 2025.

«Quando sono entrato per la prima volta in un carcere ero studente di medicina, lottavo contro il fascismo e sono stato incarcerato. Mi ricordo della situazione allucinante che mi sono trovato a vivere. Era l’ora in cui venivano portati fuori i buglioli dalle varie celle. C’era un odore terribile, un odore di morte. Mi ricordo di aver avuto la sensazione di essere in una sala di anatomia mentre si dissezionano i cadaveri. Tredici anni dopo la laurea sono diventato direttore di un manicomio e quando sono entrato per la prima volta ho avuto quella stessa sensazione. Non c’era odore di merda ma c’era come un odore simbolico di merda. Ho avuto la certezza che quella era un’istituzione completamente assurda che serviva solo allo psichiatra che ci lavorava per avere lo stipendio a fine mese».

Negli anni, come Brigata Basaglia, abbiamo sentito un bisogno sempre più forte di approfondire gli aspetti quotidiani e pervasivi dei dispositivi neomanicomiali e riflettere su come abbiano una doppia dimensione: una, esterna, che si manifesta nelle politiche di controllo, marginalizzazione e violenza istituzionale, un’altra, interna, che vive negli individui e nelle comunità e legittima sentimenti e pensieri di razzismo, classismo e esclusione sociale.

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Il diario di Nour, psicologa a Gaza: «Guarisco, mi spezzo, tengo duro, crollo»


La testimonianza della psicologa Nour Z. Jarada. Pubblicata su Libération il 23 luglio 2025
Oggi condividiamo con voi il dodicesimo episodio del diario di Nour, la psicologa che vive a Gaza lavorando come responsabile dei servizi di salute mentale per Medici del Mondo.

Grazie, Nour.

“Come fai ad andare avanti? Come continui ad aiutare gli altri quando anche tu stai soffrendo? Ti è mai capitato di crollare? Riesci ad andare avanti?”
Queste sono le domande che mi sento ripetere più e più volte, da giornalisti, amici, colleghi all’estero, persino da sconosciuti online. E onestamente, le pongo anche a me stessa.
Da oltre 21 mesi vivo una guerra incessante a Gaza. Sono una professionista della salute mentale; ma qui, questo titolo è tutt’altro che sufficiente. A Gaza, non ci è concesso il privilegio di essere solo una cosa. Sono una terapeuta, sì. Ma sono anche una donna che affronta una perdita. Sono una madre che cerca di proteggere i suoi figli. Sono una figlia in lutto per i propri cari. Sono un’operatrice sanitaria stanca della guerra, un’anima spezzata che porta il peso degli altri. Sono testimone di crimini indicibili. Sono una che si prende cura dei feriti, pur portando le mie ferite. Sono tutti questi ruoli contemporaneamente, inseparabilmente intrecciati. Guarisco, mi rompo, sostengo, crollo a pezzi.

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Il pessimismo della ragione, l’ottimismo della pratica. Lo stato dei servizi perugini della salute mentale

Pubblichiamo l’inchiesta sullo stato dei servizi di salute mentale a Perugia svolta dalla Brigata Basaglia Perugia.

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Introduzione

La Salute, definita dalla Carta Costituzionale dell’OMS come: “Una condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale e non esclusivamente l’assenza di malattia o infermità” è un diritto sancito dalla nostra Costituzione.

La conversazione intorno alla Salute Mentale non può prescindere da una presa di coscienza su tutti gli spazi attraversati dalle persone, sui contesti politici e sociali ampi, sui sistemi economici, sulle città, le famiglie, l’istruzione e, naturalmente, la sanità.

Essa è un fatto di pubblico interesse, dunque la conversazione non può prescindere dalla politica.

La sanità pubblica si assume la responsabilità di ricucire gli strappi, guarda alle ferite, alle cadute e alle malattie e vi pone rimedio, idealmente inquadrando la persona all’interno di un contesto, idealmente dialogando con le altre forze costruttrici di benessere, idealmente operando, oltre che nel campo della sofferenza, anche in quello della prevenzione, nonché in quello della salvaguardia. Collabora con le altre istituzioni al superamento degli ostacoli che impediscono il “pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

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Sumud: cura e resistenza in Palestina. Intervento di Samah Jabr presso l’Università di Bologna

Pubblichiamo la trascrizione tradotta dell’incontro Sumud: Cura e Resistenza organizzato da Forlí Cittá Aperta e il Collettivo Studentesco per la Palestina Forlí il 18 marzo 2025 presso l’Universita di Bologna.

Recentemente ha scritto del concetto di solastalgia, un termine conosciuto in Occidente nell’ambito della salute mentale e della psicologia ambientale. Tuttavia, lei lo applica alla distruzione della terra in Palestina. Perché la terra è così importante per la salute mentale del popolo palestinese?

Il termine solastalgia da solo non basta a racchiudere la complessità della condizione esistenziale e psicologica vissuta dal popolo palestinese nella propria terra. Piuttosto, può essere inteso come un punto di partenza, un’estensione concettuale che comprende solo una parte di una realtà ben più articolata.

Il popolo palestinese subisce un trauma profondo e continuo: non solo quello provocato dalla violenza fisica diretta, ma anche quello inflitto dalla deumanizzazione sistemica e dalla diffusione di rappresentazioni negative e stereotipi culturali. A questo si aggiunge un dolore meno visibile ma altrettanto lacerante: l’ulteriore dolore legato alla distruzione e alla privazione del legame con la terra. Le popolazioni native comprendono questo dolore in modo particolare, perché vivono una relazione simbiotica con il territorio.

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IL TRAUMA PSICOSOCIALE di Martin Barò, traduzione di Rocco Canosa

foto dal web

Premessa

Ero in Nicaragua nell’autunno del 1990 in missione in qualità di esperto in salute mentale, per conto della Cooperazione Italiana Governativa. Nel febbraio dello stesso anno i sandinisti avevano perso le elezioni e si era costituito un Governo di Unità Nazionale guidato da Violeta Chamorro, ben visto dagli Stati Uniti. Si respirava, però un’aria triste. A causa della sconfitta, inattesa, molti componenti del Fronte Nazionale di Liberazione “Augusto Sandino” erano depressi, fuori da ogni gestione degli apparati amministrativi. Nello stesso tempo infuriava ancora la guerra civile nel vicino Savador, che si stava acuendo dopo il fallimento dell’offensiva del 1989 realizzata dal Fronte Liberazione Nazionale “Farabundo Martì”. Nel novembre del 1989 c’era stato l’assassinio di sei frati gesuiti, tra cui Martin Barò, docente di Psicologia presso l’Università Centroamericana (UCA), ad opera di un plotone delle Forze Armate Governative: un episodio che scosse la comunità internazionale, la quale chiese la fine della guerra, conclusasi poi nel 1992.

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Tavolo internazionalista, i testi dell’incontro “Prendersi cura del mondo, attraversare la catastrofe” del 24.3.2024

ITA

Il presente testo raccoglie gli interventi condivisi durante l’incontro internazionalista Prendersi cura del mondo, attraversare la catastrofe organizzato dalla Brigata Basaglia il 24 marzo 2024.

ESP

Este texto recoge las intervenciones compartidas durante el encuentro internacionalista Cuidando el mundo, a través de la catástrofe organizado por la Brigata Basaglia el 24 de marzo de 2024.

ENG

This text collects the interventions shared during the internationalist meeting Taking care of the world, through the catastrophe organized by Brigata Basaglia on March 24, 2024.

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19.10: Presentazione libro – Milano

Galleria Eroici Furori, via Melzo 30, 19 ottobre ore 17.00

Presentazione del libro: “”Psicologia della Resistenza”” di Gianpaolo Contesabile (2024, Effequ: https://www.effequ.it/saggi-pop/psicologia-della-resistenza/)
L’autore sarà in dialogo con Maddalena Fragnito, artista, attivista e ricercatrice (Ecologie della cura, 2021 / Cure ribelli, 2019).

L’iniziativa è promossa da Brigata Basaglia che dal 2020 opera sul territorio di Milano (e oggi anche di Pavia e Firenze) riportando centralità alla cura e alla salute (anche psicologica) come propulsori chiave del cambiamento sociale e della generazione di comunità. Superando il modello clinico, insiste sulle nicchie ecologiche e comunitarie della complessità sociale in cui viviamo, a partire dal piano territoriale e di comunità sognato e progettato dalla mente visionaria di Franco Basaglia.
Sogniamo dei centri non gestiti dai gangli del potere psichiatrico foucaultiano ma, come teorizzato e praticato da tante figure dalla metà del ‘900 legate da un filo rosso che potremmo definire “psicologia rivoluzionaria” (dallo stesso Basaglia, Roland Laing e David Cooper nel vecchio continente, a da teorici decoloniali quali i già citati Frantz Fanon, Martìn-Barò, Paulo Freire fuori dall’Europa), restituiti alle comunità oppresse in un percorso di liberazione dai vincoli violenti del capitalismo contemporaneo.
Sostenere tali esperienze di autogestione e mutualismo non significa forzatamente volerle integrare nel sistema pubblico, piuttosto rivendicare una trasformazione radicale degli impianti legislativi locali e nazionali e, conseguentemente, di accesso e stanziamento dei finanziamenti pubblici, facilitando la nascita di nuove forme di partecipazione sociale. Esperienze collettive dal basso che nella crisi non solo di finanziamenti dei servizi pubblici, ma di una complessiva crisi politica dello Stato all’interno del brutale progetto neoliberista, ci spingiamo a definire (contro)istituzioni alternative, fondate sull’autogestione e la cura della vita.

IL PENSIERO DI FRANCO BASAGLIA E LA MEDICINA

di Rocco Canosa

L’operazione di Basaglia è un’operazione utopica. E perciò sarebbe errato considerare la chiusura dei manicomi, sancita dall’intervento a suo modo rivoluzionario della legge 180 del 1978, come il risultato maggiore dell’opera e delle intenzioni di Basaglia. Il cammino che Basaglia voleva avviare era un sommovimento della società e una rivisitazione dei rapporti sociali a partire dalla clinica psichiatrica, proprio quella clinica che a suo tempo era nata per tutelare la cattiva coscienza della società, la quale, per garantire la sua quiete e i rapporti di potere in essa vigenti, non aveva trovato di meglio che incaricare la clinica a fornire le giustificazioni scientifiche che rendessero ovvia e da tutti condivisa la reclusione dei folli entro mura ben cinte. Per rendere il suo servizio, la clinica ridusse la follia a malattia che, per essere curata, deve essere sottratta al mondo in cui essa ha origine che è poi il mondo della vita.
La chiusura dei manicomi non era lo scopo finale dell’operazione basagliana, ma il mezzo attraverso cui la società potesse fare i conti con le figure del disagio che la attraversano quali la miseria, l’indigenza, la tossicodipendenza, l’emarginazione e persino la delinquenza a cui la follia non di rado si imparenta. E come un tempo la clinica aveva messo il suo sapere al servizio di una società che non voleva occuparsi dei suoi disagi, Basaglia tenta l’operazione opposta, l’accettazione da parte della società di quella figura, da sempre inquietante, che è il diverso. Nelle Conferenze brasiliane Basaglia dà due definizioni di follia. La prima: “La follia è diversità, oppure aver paura della diversità”. La seconda: “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’ essere”.

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Rete Mai più Lager – No ai CPR

La rete Mai più Lager – No ai CPR è stata fondata su iniziativa di diverse realtà antirazziste del territorio nel settembre 2018, alla notizia che a Milano sarebbe stato riaperto, con il nome di CPR – Centro di Permanenza per il Rimpatrio, l’ex CIE di via Corelli 28, già luogo di trattenimento in condizioni disumane e di deportazione di persone migranti prive di permesso di soggiorno solo in quanto tali, chiuso nel 2014 dalle proteste interne ed esterne. La rete organizza attività di(contro)informazione, sensibilizzazione e mobilitazione contro i CPR e la detenzione amministrativa più in generale e le deportazioni, quale paradigma delle politiche imperanti da decenni in materia di “sicurezza e immigrazione”, di impronta perennemente emergenziale, ispirate al razzismo istituzionale e alla repressione del diverso e del dissenso, che attentano alle libertà e ai diritti fondamentali non solo delle persone migranti, ma di tutte e tutti. La rete ha una sezione specifica (NoCPRsalute), composta da dottor* e psicolog* e student* in tali materie, dedicata al tema della patogenicità intrinseca dei luoghi della detenzione amministrativa (bit.ly/41QiPJD); e dedica particolare attenzione ed energie ai luoghi di formazione di ogni ordine e grado. Svolge attività quotidiana di divulgazione e informazione attraverso i suoi social, dando anche eco alle notizie e alle immagini e video che arrivano a questi ultimi, o attraverso il centralino SOS CPR Naga, dai trattenuti di via Corelli. Ha assistito l’ex senatore Gregorio de Falco in due lunghe ispezioni a sorpresa nel CPR di Milano nel 2021 e nel 2022 che hanno generato due report (“Delle pene senza delitti”: bit.ly/3zhxulw) e diversi esposti. Ha collaborato con NAGA ODV alla redazione del dossier “Al di là di quella porta – Un anno di osservazione dal buco della serratura del Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Milano”