Tre punti contro i CPR. Intervento a Trento

Di seguito la trascrizione dell’intervento che abbiamo portato all’evento “Panopticon: le pratiche sanitarie di salute mentale nei CPR e nel sistema di accoglienza territoriale”, che si è svolto a Trento il 29 Ottobre 2025.

«Quando sono entrato per la prima volta in un carcere ero studente di medicina, lottavo contro il fascismo e sono stato incarcerato. Mi ricordo della situazione allucinante che mi sono trovato a vivere. Era l’ora in cui venivano portati fuori i buglioli dalle varie celle. C’era un odore terribile, un odore di morte. Mi ricordo di aver avuto la sensazione di essere in una sala di anatomia mentre si dissezionano i cadaveri. Tredici anni dopo la laurea sono diventato direttore di un manicomio e quando sono entrato per la prima volta ho avuto quella stessa sensazione. Non c’era odore di merda ma c’era come un odore simbolico di merda. Ho avuto la certezza che quella era un’istituzione completamente assurda che serviva solo allo psichiatra che ci lavorava per avere lo stipendio a fine mese».

Negli anni, come Brigata Basaglia, abbiamo sentito un bisogno sempre più forte di approfondire gli aspetti quotidiani e pervasivi dei dispositivi neomanicomiali e riflettere su come abbiano una doppia dimensione: una, esterna, che si manifesta nelle politiche di controllo, marginalizzazione e violenza istituzionale, un’altra, interna, che vive negli individui e nelle comunità e legittima sentimenti e pensieri di razzismo, classismo e esclusione sociale.

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Marco Cavallo libera tutt*

Pubblichiamo qui di seguito l’intervento della Brigata BASAGLIA
letto al corteo di Marco Cavallo libera tutt* per l’abbattimento dei CPR e contro la detenzione amministrativa, del 20 settembre 2025

Buongiorno a tutt*, siamo la Brigata Basaglia, un collettivo che si occupa di salute mentale con un approccio basagliano, radicale e conflittuale, e vorremmo condividere alcune riflessioni sui CPR.

La prima, su cui si fonda ogni nostra pratica e azione, è la convinzione che i CPR siano gli eredi dei manicomi, con cui condividono gli obiettivi di abuso, tortura, deumanizzazione delle persone rinchiuse.

Come per i manicomi 47 anni fa, non esiste nessun altro destino possibile per i CPR se non essere riconosciuti come istituzioni totali, luoghi di segregazione e controllo, lager inammissibili nella nostra società che, per questo motivo, devono essere immediatamente chiusi e mai più riaperti.

Se poi proviamo a pensare al tema della “salute mentale” nei CPR, ci accorgiamo come questa sia totalmente negata. Anche solo poter pensare di considerare una persona “idonea” alla permanenza in un CPR è contro i basilari principi di umanità e cura, di cui come professionisti sanitari dovremmo farci portatori. E’ sufficiente portare l’esempio dell’abuso di farmaci, ampiamente documentato, che è una forma di tortura sul corpo delle persone migranti.

Riconoscere la continuità delle pratiche neo-manicomiali nei CPR, come anche nelle carceri, è fondamentale per comprendere che non basta la chiusura dei luoghi, ma è necessaria una profonda riflessione sulle pratiche che in quei luoghi nascono e che vengono portate avanti dentro e fuori. 

Non basta lottare per l’abbattimento dei muri, ma è necessario interrogarsi su cosa rimane dentro di noi: cioè uno sguardo e delle pratiche di stampo coloniale che impediscono alle persone di autodeterminarsi. La lotta per la chiusura dei CPR deve dunque essere accompagnata dalla critica all’assistenzialismo del terzo settore.

Dietro il linguaggio dell’aiuto e della protezione spesso sono sottintesi paternalismo, infantilizzazione e a volte anche sfruttamento. Lavori sottopagati o apparentemente ‘volontari’, corsi e mansioni decisi dall’alto, incasellamenti basati su genere e origine. Questi spesso non rappresentano strumenti di emancipazione, ma modalità per incanalare le persone in ruoli sociali già decisi dalla societá suprematista, classista e patriarcale. 

Lo Stato, le istituzioni, chi dirige cooperative, associazioni e fondazioni del privato sociale -insomma chi detiene potere- sono per lo più bianchi, occidentali, spesso benestanti e si pongono come guida, come modello a cui la persona migrante deve adeguarsi, riproducendo quasi sempre la divisione dei ruoli e le gerarchie di genere. Queste pratiche non emancipano, ma riproducono le stesse gerarchie razziste e sessiste che giustificano detenzione e deportazioni, oltre a basarsi sullo sfruttamento di operatori e operatrici precarie e sottopagate. La retorica del ‘noi che integriamo’ e del ‘loro da salvare’ serve a legittimare lo status quo e a mantenere le persone in una condizione di dipendenza. 

Eppure nei CPR e fuori da essi non mancano le resistenze quotidiane: chi rifiuta ricatti, chi protesta, chi rivendica la propria dignità. Per questo la solidarietà autentica non può consistere nel parlare al posto loro, né nel trattarli come vittime passive, significa piuttosto sostenere la loro forza e la loro capacità di lotta, riconoscendo in pieno la loro autonomia e soggettività contro frontiere, muri e stigmi.

Marco Cavallo è un simbolo di liberazione e di creatività, un simbolo che è stato riprodotto anche in altri contesti di violenza e abuso, come a Jenin, in Palestina, dove un cavallo è stato costruito con i resti delle armi usate da Israele per occupare, uccidere e annichilire. La lotta contro la violenza totale dei CPR é interconnessa con la solidarietà alla resistenza palestinese che si oppone alle politiche genocide e disumanizzanti dello Stato di Israele.

Occuparsi di salute mentale significa anche questo: rompere le regole attraverso la radicalità, la solidarietá internazionale e la creatività, vedere la possibilità di cambiamento dove sembra non esserci, trovare una strada per realizzare l’utopia. Come diceva Basaglia: “…iniziare a fare quello che ritenevamo impossibile…”.

Per farlo è necessario un cambiamento profondo, fuori, ma anche dentro di noi, un cambiamento che ci faccia stare scomodi nella nostra pelle e che ci trasformi per poter abbattere davvero tutti i muri.

Fuoco ai CPR!

IL PENSIERO DI FRANCO BASAGLIA E LA MEDICINA

di Rocco Canosa

L’operazione di Basaglia è un’operazione utopica. E perciò sarebbe errato considerare la chiusura dei manicomi, sancita dall’intervento a suo modo rivoluzionario della legge 180 del 1978, come il risultato maggiore dell’opera e delle intenzioni di Basaglia. Il cammino che Basaglia voleva avviare era un sommovimento della società e una rivisitazione dei rapporti sociali a partire dalla clinica psichiatrica, proprio quella clinica che a suo tempo era nata per tutelare la cattiva coscienza della società, la quale, per garantire la sua quiete e i rapporti di potere in essa vigenti, non aveva trovato di meglio che incaricare la clinica a fornire le giustificazioni scientifiche che rendessero ovvia e da tutti condivisa la reclusione dei folli entro mura ben cinte. Per rendere il suo servizio, la clinica ridusse la follia a malattia che, per essere curata, deve essere sottratta al mondo in cui essa ha origine che è poi il mondo della vita.
La chiusura dei manicomi non era lo scopo finale dell’operazione basagliana, ma il mezzo attraverso cui la società potesse fare i conti con le figure del disagio che la attraversano quali la miseria, l’indigenza, la tossicodipendenza, l’emarginazione e persino la delinquenza a cui la follia non di rado si imparenta. E come un tempo la clinica aveva messo il suo sapere al servizio di una società che non voleva occuparsi dei suoi disagi, Basaglia tenta l’operazione opposta, l’accettazione da parte della società di quella figura, da sempre inquietante, che è il diverso. Nelle Conferenze brasiliane Basaglia dà due definizioni di follia. La prima: “La follia è diversità, oppure aver paura della diversità”. La seconda: “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’ essere”.

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Cent’anni di Basaglia

L’11 Marzo 1924 nasceva Franco Basaglia.

È impossibile ricordare quello che Basaglia è stato in poche righe ed è ancora più difficile sapendo che di Basaglia, di Gorizia, di Trieste e della legge 180 si parla sempre meno, dentro e fuori la psichiatria.

L’opera basagliana è scarsamente letta e studiata, a volte relegata a una dimensione storica che ne svilisce l’estrema attualità. Nonostante questa consapevolezza, osserviamo nascere un nuovo interesse verso i testi di Basaglia e delle persone che hanno lavorato con lui, a partire da sua moglie Franca Ongaro. Diversi libri – come “Morire di Classe”, ma non solo – sono stati recentemente riscoperti e ripubblicati e ci auguriamo sia un rinascimento basagliano.

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