Nessuna giustizia, nessuna pace: dal trauma all’azione collettiva. Una lettura psicoanalitica del conflitto

Foto scattata a Santiago de Chile durante l’ Estallido social, marzo 2020


di Francesca Daidone C.

“Dobbiamo prendere i problemi di salute mentale oggi così diffusi e convertirli da una condizione di medicalizzazione a un antagonismo reale; i disordini affettivi sono forme di scontento acquisito, e questa disaffezione può e deve essere indirizzata altrove, verso fuori, verso la sua vera causa: il Capitale.”
(Mark Fisher, Realismo Capitalista)

Parlare di pace oggi è doloroso e difficile.
Cercherò di farlo in modo coerente nella mia duplice veste di psicoanalista e persona impegnata politicamente.
Non posso pensare la pace senza considerare insieme la dimensione inconscia, quella sociale e quella politica.
E credo che, per uscire dalla violenza che ci attraversa in questi tempi molto difficili, serva prendere parola con più coraggio e sia necessario un coinvolgimento personale più profondo e attivo da parte di tutte e tutti noi.


Cos’è la pace? Quanto stride questa parola oggi? Quando pensiamo alla parola pace, ci viene naturale figurarcela come assenza di guerra, un luogo ideale in cui si possa vivere in armonia e in cui non esistano conflitti e violenza.
Ma se proviamo a guardare la pace dal punto di vista psicoanalitico, la prospettiva cambia radicalmente. La psicoanalisi ci insegna che il conflitto di per sé non è una malattia da guarire, né una parentesi eccezionale della vita, ma la condizione stessa che struttura l’individuo e la società.
La psicoanalisi, a partire proprio da Freud, offre una lettura della storia come processo segnato da conflitti, rimozioni, ritorni. L’elaborazione freudiana consente di pensare la soggettività come intrinsecamente storica, poiché l’essere umano si costituisce attraverso il conflitto. La legge, la religione, la civiltà non sono dati naturali, ma costruzioni storiche che emergono dal modo in cui gli uomini elaborano collettivamente pulsioni e istanze. L’individuo non è solo un soggetto intrapsichico, ma un essere che porta dentro di sé la traccia della storia, e la storia stessa, a sua volta, è intessuta di dinamiche psichiche. Non esiste quindi un’unità compatta, ma un campo di tensioni. Il conflitto non è un accidente né un’anomalia, ma una dimensione strutturale della psiche: ciò che definisce in modo costitutivo l’individuo. Dentro di noi convivono desideri, divieti, spinte vitali e pulsioni distruttive. Per questo parlare di pace come fine del conflitto è un errore concettuale: significherebbe immaginare una psiche senza tensioni, senza desideri, in fondo senza vita. La psicoanalisi non promette quindi una pace immaginaria, ma offre una chiave per leggere il conflitto e renderlo occasione di cambiamento e creatività perché non si limita a diagnosticare una sofferenza, ma apre lo spazio di una trasformazione. L’individuo, attraverso il lavoro analitico, può rielaborare i propri conflitti, riconfigurare i propri rapporti con il desiderio, e quindi modificare le condizioni stesse della sua esperienza. Tale possibilità si radica nel nesso indissolubile tra conflitto psichico e contesto sociale: l’inconscio non è un ‘fuori dalla storia’, ma un luogo in cui la storia stessa si iscrive e prende forma.


Nel 1932 Einstein scrive a Freud chiedendo se sia possibile liberare l’umanità dalla ‘fatalità della guerra’. Intuisce che non bastano assetti giuridici, a sabotare i progetti di pace intervengono forti fattori psicologici che trascinano le masse verso il furore e l’autodistruzione. Freud risponde con realismo: i conflitti d’interesse, storicamente, si decidono con la violenza, il diritto nasce come violenza della comunità che si sostituisce a quella del singolo. Ma indica una possibile via d’uscita: se l’aggressività non è eliminabile, può essere legata, trasformata. L’antagonista della distruttività è l’Eros e tutto ciò che crea legami tra gli esseri umani, amicizie, identificazioni, ideali comuni, diventa un antidoto contro la guerra.
Sappiamo però che l’illusione di una pace definitiva, di una pace perpetua, ha spesso finito per legittimare guerre presentate come necessarie: la guerra stessa diventa così strumento della pace, e nel nome della pace si accetta la violenza degli Stati, delle forze armate, delle economie di guerra.
Si esporta ‘democrazia’ con le bombe intelligenti.


Cito alcuni autori postfreudiani che ci possono aiutare a leggere queste dinamiche. Melanie Klein ci offre degli strumenti di lettura analitica utili ad affrontare la tendenza alla furia distruttrice e alla incapacità di pensare tipiche del pensiero in tempi di guerra. Mostra che, quando è in preda all’angoscia, la mente scinde il mondo in buono/cattivo, amico/nemico, proprio la posizione schizoparanoide che vediamo all’opera nelle guerre e nelle polarizzazioni. Adesso accentuate ancora di più dall’uso di massa delle piattaforme commerciali dei social network. La Klein spiega come la vera maturazione consista nel passaggio alla posizione depressiva: riconoscere cioè l’altro come intero, tollerare l’ambivalenza, prendersi carico del dolore che deriva dal legame. È qui che il conflitto diventa etico.
Winnicott e Bion hanno aggiunto un’altra dimensione: il ruolo dell’ambiente. Senza contesti capaci di contenere le angosce collettive, il conflitto si agisce come violenza distruttiva. Così come il bambino ha bisogno di una madre “sufficientemente buona” che regga le sue angosce primitive, anche le società hanno bisogno di contenitori che sappiano dare forma alla paura, trasformarla in pensiero, in spazi di parola ed elaborazione condivisa. È necessario trasformare emozioni grezze in pensieri condivisibili. Bion ci dice anche che i gruppi funzionano come contenitori delle angosce individuali, ma quando prevale un “assunto di base” irrazionale, possono scivolare in condotte distruttive. Leader carismatici o ideologie possono attivare fantasie collettive che, nell’individuo, sarebbero considerate psicotiche.


Vorrei qui fare un inciso sulla questione della violenza. Troppo spesso ridotta a un’alternativa moralistica: violenza in contrapposizione a non-violenza. Questo è un dibattito che spesso schiaccia e mistifica le questioni.
L’odio per l’ingiustizia non è una patologia, ma un segnale etico: indica un limite violato, difende il Sé ferito, rompe l’anestesia dell’alienazione. Il punto non è ‘non odiare’, ma come orientare quell’energia. Il criterio, psichico ed etico, non è l’assenza di forza, ma che cosa una forza distrugge e che cosa rende possibile. Non ogni rottura ha lo stesso senso: una cosa è l’attacco a dispositivi e infrastrutture che producono oppressione e morte, altra è la lesione dei corpi e della vita. A questo proposito a Genova 2001 dopo l’uccisione di Carlo Giuliani e la mannaia repressiva scatenata sulla testa di pochi scrivevamo su un muro “Vale più una vetrina rotta di una vita spezzata”.
Il giudizio mainstream, veicolato dai massmedia tutt’altro che indipendenti, sull’odio e sulla violenza attribuiti spesso alle contestazioni sociali, nella società del controllo è un giudizio ipocrita: serve solo a mantenere il monopolio della violenza. Perché, e questo ce lo spiega molto bene Elsa Dorlin, professoressa di Filosofia all’università di Parigi, lo Stato e gli eserciti nazionali, o al soldo delle multinazionali, detengono il monopolio della violenza e la legittimità di agirla per legge. Il sistema democratico, che si erge come espressione massima del compimento della natura umana, pone al di là del confine legittimo e umano il nemico, la barbarie, che negli ultimi decenni è rappresentato dalla figura del terrorista, vero e proprio paradigma dell’Altro, estraneo da sé e dalla propria cerchia, categoria minacciosa del disumano come ci spiegano Benasayag e Del Rey. Quindi il confine moralistico tra “violenza” e “nonviolenza” è spesso l’argomento con cui il potere disarma il dissenso e tiene ‘buone’ le classi subalterne, ne delegittima ogni protesta, mentre l’ordine armato continua a mantenersi grazie a interessi e profitti, che sappiamo ormai benissimo non avere niente a che vedere con il bene comune o un fantomatico progresso.


Fanon, parlando di colonialismo, mostra che esiste una violenza che ha una funzione catartica e liberante, e restituisce dignità ai soggetti colonizzati. Non si tratta, per Fanon, di cieca distruttività, ma di un passaggio necessario alla liberazione e alla ricostruzione di sé e della comunità.
È essenziale tuttavia vigilare sul rischio che l’odio si trasformi in disumanizzazione dell’altro e che il ciclo della violenza si riproduca. Ma è proprio questa la differenza tra una violenza distruttiva, senza senso, o con l’obiettivo ben preciso di annientamento volto a reprimere, a conquistare potere e risorse, a difendere privilegi e proprietà privata, e un’organizzazione e una trasformazione collettiva della collera, perché diventi giustizia, azione capace di incidere realmente sul presente.
Quindi sì simbolizzare e organizzare la rabbia in senso collettivo e nello stesso tempo sentire di poter incidere realmente con le proprie azioni e portare a un cambiamento, una trasformazione in senso evolutivo. La forza sociale è sempre stata motore di cambiamento anche nelle democrazie occidentali.


Nel sistema neoliberale in cui Stati, governi e complessi industrial-militari esercitano una violenza strutturale e istituita, attraverso espropriazione, sfruttamento, razzializzazione, impunità, la sola parola rischia di essere assorbita dal dispositivo di pacificazione. La prassi torna quindi centrale: ridare dignità alle azioni, anche quando sono di rottura. Ogni forma di agency, in questo senso, rappresenta un antidoto al trauma, che cerca di imporre impotenza e silenzio.
Anche perché quando le istituzioni della pace formale, a cominciare dall’ONU, continuano a fallire, la legge internazionale è applicata in modo selettivo e coloniale e chi dovrebbero farla rispettare si mostra impotente, si capisce perché i movimenti di protesta si rivendichino l’azione. In termini psicoanalitici, le organizzazioni sovranazionali sono contenitori bucati: assorbono simbolicamente l’angoscia con risoluzioni e dichiarazioni, ma non la trasformano in atti efficaci.
Non basta quindi invocare istituzioni ‘pacificatrici’ che spesso diventano addirittura strumenti di controllo, finendo per espellere il conflitto e radicalizzarlo. È il rischio della “società della trasparenza”, dove tutto deve essere visibile e conforme. In un tale sistema il conflitto non è più accettato come parte della vita sociale, ma trattato come un’anomalia; chi dissente non è riconosciuto come interlocutore politico, ma come deviante da correggere o eliminare. Si parla tanto di maranza come componenete giovanile di terza e quarta generazione, fuori controllo, violenta. Ridurre il discorso della rabbia legettima di questi ragazzi a questione di violenza e controllo sociale significa reprimere il confronto e spingere volutamente sempre più ai margini questo soggetto collettivo così importante e vitale.


Contenere non significa reprimere o negare: un contenitore adeguato non cancella l’alterità, la trasforma in esperienza condivisa. L’alternativa non è tra pace e conflitto, ma tra conflitto rimosso, che ritorna come violenza cieca, e conflitto riconosciuto ed elaborato.
Come categoria ‘psi’ abbiamo una responsabilità enorme: creare spazi di pensiero e confronto. Servono pratiche concrete che coinvolgano davvero chi oggi è escluso, permettendo di discutere apertamente di paure, desideri e bisogni. Invece di selezionare e normalizzare, dovremmo aprirci alle voci marginali. Solo così può nascere una comunità nuova, fondata su condivisione di saperi e immaginazione.
È impossibile parlare di pace senza affrontare le condizioni materiali della vita. Marx ci ricorda che la sofferenza nasce dalla mancanza di diritti basilari: casa, lavoro, cibo adeguato, uguaglianza sociale. Ogni concentrazione di ricchezza e potere genera frustrazione e rabbia. Senza redistribuzione, la pace rischia di ridursi a tregua armata tra inclusi ed esclusi. La psicoanalisi ci insegna a trasformare le pulsioni distruttive, il marxismo ci ricorda che quelle pulsioni trovano forma dentro rapporti sociali concreti.


Come quindi mantenere uno sguardo vigile e critico anche noi psicologhe e psicologi?
Come ci spiega bene la dottoressa Amati Sas, rifacendosi a Bleger e Aulagnier, quando prevale l’alienazione, cioè la trasformazione subdola del pensiero e degli affetti operata dall’esterno, si perde la capacità critica, si smette di interrogarsi, ci si adatta senza rendersene conto. Questo processo non riguarda solo i rapporti personali, ma può estendersi a interi contesti culturali o sociali, che impongono modelli interiorizzati inconsciamente. Nei casi di violenza sociale o politica, ciò si traduce in un conformismo inconsapevole: ci si abitua all’ingiustizia, si rinuncia al giudizio critico e si finisce per adattarsi a qualunque forma di violenza con cui si ha a che fare rendendola ovvia. Penso alla presenza dei CPR in tante città italiane.
Quindi la funzione della psicoanalisi e delle altre discipline che si occupano di salute mentale, oltre la stanza di terapia e nel discorso collettivo, potrebbe essere quella di fornire un terreno solido e sicuro non solo per contenere paura e angoscia ma anche per dare possibilità di trasformazione e visioni nuove. Ma per farlo penso sia necessario mantenere un costante impegno etico che contrasti il rischio di insensibilità e indifferenza, di diniego e collusione inconscia con quegli apparati repressivi e antidemocratici sempre più pervasivi, e che ci faccia uscire dagli studi professionali, perché la cura non può limitarsi alla stanza d’analisi. Lo sforzo richiesto è rimanere nel conflitto, tra violenza e desiderio di vita, invece di rassegnarci e appiattirci in una dimensione ambigua e indifferenziata. Amati Sas parla di ambiguità, quella che deposita fiducia e bisogno di sicurezza in governi e istituzioni incapaci di garantire pace e armonia. Istituzioni democratiche che forse, per una parte consistente dell’umanità, non hanno mai funzionato davvero come tali.
Nel nostro mestiere siamo tenuti a nominare le cose, dare senso e peso alle parole, cercare insieme ai nostri pazienti i significati di ciò che viene vissuto. Riconoscere e nominare le violenze, gli effetti che hanno, e il contesto in cui accadono è un passaggio terapeutico imprescindibile. Confondere l’etica dello psicoanalista con le sole regole del setting significherebbe tradire il mandato della psicoanalisi. In tempi di guerra non possiamo riferirci solo al trauma passato e alla dimensione intrapsichica: la cosiddetta ‘neutralità’ rischia di legittimare lo status quo traumatico.


Ci sono tanti scritti in cui viene spiegato come le ferite storiche, dovute a secoli di colonialismo e oppressione, alimentino mobilitazioni e ostilità transgenerazionali. Sappiamo che per riparare le ferite è necessario ritessere le narrazioni collettive: riconoscere i torti avvenuti, integrare le memorie in conflitto. Sappiamo anche però che molte di queste condizioni di oppressione sono ancora in essere.
Nelle zone di conflitto permanente, come non citare la storia della Palestina, ma anche di molte zone del Medio Oriente, come il Kurdistan, della America Latina, dell’Africa, la salute mentale non può essere separata dal contesto di violenza in cui sono immerse le persone. Chiedere alle persone di adattarsi interiormente a un contesto disumanizzante significa negare la realtà.
Samah Jabr, straordinaria psichiatra palestinese, ci spiega che in Palestina non c’è un ‘dopo il trauma’: il trauma si rinnova ogni giorno, accumulandosi e trasmettendosi tra generazioni. E che quindi le categorie della psichiatria occidentale che noi applichiamo quando andiamo in quei contesti non bastano. In quel caso non si tratta di ferite individuali o eventi isolati, ma di una vita intera segnata da un territorio sotto occupazione. Parlare di ‘disturbo mentale’ è fuorviante: ansia e depressione sono reazioni comprensibili a un’ingiustizia permanente. Molti programmi internazionali insistono su diagnosi e psicofarmaci, puntando a un equilibrio interiore e individuale che in realtà non può esserci a causa di condizioni esterne deprivanti e ingiuste.
La dottoressa Jabr parla di ṣumūd un concetto palestinese antico, che ha un significato più ampio della nostra resilienza. Non è solo forza interiore, ma anche orientamento all’azione, radicato nella collettività e simboleggiato dall’ulivo con le sue radici profonde. Significa in arabo “fermezza, resistenza, perseveranza”. Una forma di resistenza quotidiana che si esprime nel continuare a vivere, studiare, coltivare la propria terra, creare, celebrare la propria cultura e ricostruire ciò che viene distrutto. È insieme atto politico, etico e spirituale: un modo di trasformare la vulnerabilità in dignità e la sofferenza in legami comunitari.
La vera cura, non sta solo nell’aiuto umanitario, ma nel riconoscimento del dolore e nell’ottenimento di giustizia. Perché la giustizia ha un effetto terapeutico più profondo di qualsiasi farmaco o terapia. Parlare di pace astratta non basta: la pace deve essere giusta, fondata su memoria e solidarietà.


Alla luce di tutto questo, cos’è la pace?
Forse non è un traguardo da raggiungere una volta per tutte, né un’etichetta neutra. È un processo, un esercizio quotidiano. La storia non procede per linee ascendenti verso un progresso garantito: conosce cicli, ripetizioni e discontinuità. La vera emancipazione non si attende in un futuro ideale, ma si costruisce qui e ora, nel dispiegarsi dell’agire e delle relazioni. Richiede contesti comunitari capaci costruire una rete di simboli e pratiche che trasformino l’aggressività in cura, responsabilità e progetto, senza chiedere alle persone di adattarsi a ciò che è ingiusto e disumano. Richiede redistribuzione e riparazione. Richiede memoria e condivisione delle scelte, giustizia, cura, liberazione del desiderio, dignità. Con queste parole, e con le azioni che le rendono vere e non parole vuote e senza senso, una politica realmente democratica può farsi, finalmente, pace viva e presente.
‘Nessuna giustizia, nessuna pace’ scrivevamo sui muri negli anni ‘90, slogan che presuppone qualcosa di profondamente vero che riguarda sia la storia degli individui che quella dei popoli.

Bibliografia

Amati Sas, S., Ambiguità, conformismo e adattamento alla violenza sociale, FrancoAngeli, Milano, 2020
Aulagnier, P., I destini del piacere. Alienazione, amore, passione, La Biblioteca by ASPPI, Milano, 2002
Benasayag, M.; Del Rey, A., Elogio del conflitto, Feltrinelli, Milano, 2008
Bion, W. R., Apprendere dall’esperienza, Armando Editore, Roma, 2009
Bion, W. R., Esperienze nei gruppi, Armando Editore, Roma, 2018
Bleger, J., Simbiosi e ambiguità. Studio psicoanalitico, Armando Editore, Roma, 2018
Dorlin, E., Difendersi. Una filosofia della violenza, Fandango Libri, Roma, 2020
Fanon, F., I dannati della terra, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2007
Fisher, M., Realismo capitalista, Nero, Roma, 2018
Freud, S.; Einstein, A., Perché la guerra?, Bollati Boringhieri, Torino, 1997
Han, B.-C., La società della trasparenza, nottetempo, Roma, 2014
Jabr, S., Dietro i fronti. Cronache di una psichiatra psicoterapeuta palestinese sotto occupazione, Sensibili alle Foglie, Roma, 2019
Jabr, S., Sumud. Resistere all’oppressione, Sensibili alle Foglie, Roma, 2021
Klein, M., Invidia e gratitudine, Giunti Editore, Firenze, 2012
Klein, M., La psicoanalisi dei bambini. Nuova edizione rivista e ampliata, Giunti Editore, Firenze, 2014
Marx, K., Il Capitale. Libro I, Editori Riuniti, Roma, 2017
Winnicott, D. W., Sviluppo affettivo e ambiente, Armando Editore, Roma, 2015
Winnicott, D. W., Gioco e realtà, Armando Editore, Roma, 2020

Foto scattata a Santiago de Chile durante l’ Estallido social, marzo 2020

Marco Cavallo libera tutt*

Pubblichiamo qui di seguito l’intervento della Brigata BASAGLIA
letto al corteo di Marco Cavallo libera tutt* per l’abbattimento dei CPR e contro la detenzione amministrativa, del 20 settembre 2025

Buongiorno a tutt*, siamo la Brigata Basaglia, un collettivo che si occupa di salute mentale con un approccio basagliano, radicale e conflittuale, e vorremmo condividere alcune riflessioni sui CPR.

La prima, su cui si fonda ogni nostra pratica e azione, è la convinzione che i CPR siano gli eredi dei manicomi, con cui condividono gli obiettivi di abuso, tortura, deumanizzazione delle persone rinchiuse.

Come per i manicomi 47 anni fa, non esiste nessun altro destino possibile per i CPR se non essere riconosciuti come istituzioni totali, luoghi di segregazione e controllo, lager inammissibili nella nostra società che, per questo motivo, devono essere immediatamente chiusi e mai più riaperti.

Se poi proviamo a pensare al tema della “salute mentale” nei CPR, ci accorgiamo come questa sia totalmente negata. Anche solo poter pensare di considerare una persona “idonea” alla permanenza in un CPR è contro i basilari principi di umanità e cura, di cui come professionisti sanitari dovremmo farci portatori. E’ sufficiente portare l’esempio dell’abuso di farmaci, ampiamente documentato, che è una forma di tortura sul corpo delle persone migranti.

Riconoscere la continuità delle pratiche neo-manicomiali nei CPR, come anche nelle carceri, è fondamentale per comprendere che non basta la chiusura dei luoghi, ma è necessaria una profonda riflessione sulle pratiche che in quei luoghi nascono e che vengono portate avanti dentro e fuori. 

Non basta lottare per l’abbattimento dei muri, ma è necessario interrogarsi su cosa rimane dentro di noi: cioè uno sguardo e delle pratiche di stampo coloniale che impediscono alle persone di autodeterminarsi. La lotta per la chiusura dei CPR deve dunque essere accompagnata dalla critica all’assistenzialismo del terzo settore.

Dietro il linguaggio dell’aiuto e della protezione spesso sono sottintesi paternalismo, infantilizzazione e a volte anche sfruttamento. Lavori sottopagati o apparentemente ‘volontari’, corsi e mansioni decisi dall’alto, incasellamenti basati su genere e origine. Questi spesso non rappresentano strumenti di emancipazione, ma modalità per incanalare le persone in ruoli sociali già decisi dalla societá suprematista, classista e patriarcale. 

Lo Stato, le istituzioni, chi dirige cooperative, associazioni e fondazioni del privato sociale -insomma chi detiene potere- sono per lo più bianchi, occidentali, spesso benestanti e si pongono come guida, come modello a cui la persona migrante deve adeguarsi, riproducendo quasi sempre la divisione dei ruoli e le gerarchie di genere. Queste pratiche non emancipano, ma riproducono le stesse gerarchie razziste e sessiste che giustificano detenzione e deportazioni, oltre a basarsi sullo sfruttamento di operatori e operatrici precarie e sottopagate. La retorica del ‘noi che integriamo’ e del ‘loro da salvare’ serve a legittimare lo status quo e a mantenere le persone in una condizione di dipendenza. 

Eppure nei CPR e fuori da essi non mancano le resistenze quotidiane: chi rifiuta ricatti, chi protesta, chi rivendica la propria dignità. Per questo la solidarietà autentica non può consistere nel parlare al posto loro, né nel trattarli come vittime passive, significa piuttosto sostenere la loro forza e la loro capacità di lotta, riconoscendo in pieno la loro autonomia e soggettività contro frontiere, muri e stigmi.

Marco Cavallo è un simbolo di liberazione e di creatività, un simbolo che è stato riprodotto anche in altri contesti di violenza e abuso, come a Jenin, in Palestina, dove un cavallo è stato costruito con i resti delle armi usate da Israele per occupare, uccidere e annichilire. La lotta contro la violenza totale dei CPR é interconnessa con la solidarietà alla resistenza palestinese che si oppone alle politiche genocide e disumanizzanti dello Stato di Israele.

Occuparsi di salute mentale significa anche questo: rompere le regole attraverso la radicalità, la solidarietá internazionale e la creatività, vedere la possibilità di cambiamento dove sembra non esserci, trovare una strada per realizzare l’utopia. Come diceva Basaglia: “…iniziare a fare quello che ritenevamo impossibile…”.

Per farlo è necessario un cambiamento profondo, fuori, ma anche dentro di noi, un cambiamento che ci faccia stare scomodi nella nostra pelle e che ci trasformi per poter abbattere davvero tutti i muri.

Fuoco ai CPR!

Contatto 2025 – Pavia

Dal 23 al 25 maggio 2025 torna Contatto, il Festival della Brigata Basaglia, giunto alla sua quarta edizione. Quest’anno ci ritroveremo dal 23 al 25 maggio a Pavia e a ospitarci sarà RadioAut per tre giornate di laboratori, discussioni, incontri, arte, musica, lotta.
In più, due serate in Cascina Torchiera a Milano il 22 e il 26 maggio.

Non vediamo l’ora di vederci!

Un sentito ringraziamento per la splendida locandina, opera della talentuosissima @maddi_artpilot

Radio Aut è in via Faruffini 4, Pavia. – INGRESSO CON TESSERA ARCI.
Cascina Torchiera è in Piazzale del Cimitero Maggiore, Milano.

PROGRAMMA

GIOVEDÌ 22 MAGGIOpresso Cascina Torchiera senz’acqua, Milano

19.00 – Voci della resistenza da Abya Yala. Popoli originari dell’America Latina in lotta per l’autodeterminazione comunitaria e contro gli Stati coloniali con Graciela Painelaf, Wallmapu, Lawentuchefe del lof Nahuelpan, guaritrice tradizionale Mapuche con conoscenze sulle piante e su altre forze ed energie della natura che aiutano a ripristinare l’equilibrio perduto; Heriberto Paredes, giornalista indipendente che accompagna la comunità di Santa María Ostula, situata nello stato messicano di Michoacán; Red Internacional en defensa del Pueblo Mapuche.

VENERDI’ 23 MAGGIOpresso RadioAut, Pavia

17.00 – Introduzione al festival

17.30-19.00 – TAVOLO: Pavia fa malissimo, cronache di una città che muore e di chi lotta per tenerla in vita con ARCI Radio Aut, Collettivo Thawra, Polisportiva Popolare Pavese, Associazione Karama, 

19.00-20.00 – Presentazione della mostra fotografica Una Mattina a Jenin di Alessia Galli e Michela Chimenti

19.30-21.30 – Proiezione del docufilm Corpi Docili (‘56) prodotto all’interno del laboratorio teatrale Uomini Senza Barriere nella Casa circondariale Torre del Gallo di Pavia. A seguire dibattito aperto con Stefania Grossi, curatrice del laboratorio.

19.00-22.00 Cena popolare

21.30- 00.00 – TECHNOLINEA CHIAMA (deneb B2B Giacomo Bellezza) – djset Hypnotic & Deep Techno

SABATO 24 MAGGIOpresso RadioAut, Pavia

10.00 – Colazione consapevole 

11.00-12.30 – TAVOLO: Gli ambulatori popolari: pratiche di cura dal basso per una salute collettiva con Ambulatorio Popolare Roma Est, Villa Medusa Casa del Popolo (Napoli), Clinica Popolare Azadì (Padova), AmbulatoriAME (Milano), Scuola popolare Alice e operatori del CSM di Gorizia (Trieste).

11.30 -12.30 – Laboratorio-gioco per scrivere senza prenderci troppo sul serio! a cura di Versi Scatenati

12.30 – 14.00 – Pranzo resistente 

14.00-15.30 – TAVOLO: La città che esclude: criminalizzazione del dissenso e repressione territoriale con Quarticciolo Ribelle (Roma), Laboratorio Politico Iskra (Napoli), Cripsy (Padova), Comitato Free Gino, Smash Repression.

16.00-17.30 – TAVOLO: CPR, istituzioni totali. Nuove frontiere del movimento anti istituzionale con Rete NoCPR, Lorenzo Figoni, NAGA e Gabriele Cammarata

17.30-19.00 – Accedere a se stessx a cura di Ippolita – a partire dal libro Hacking del sé 


19.00-20.00 – Haiku senza Haiku, presentazione del progetto e letture a cura di Versi Scatenati

19.30-21.30 – Cena rivoluzionaria

21:30-23:00 Con poco tatto – stand up comedy con Laura Pusceddu, Gianluca Bolsieri, Marco Moretti, SPECIAL GUEST Le Recensioni non richieste

23.00-00.00 – Esco di rado, live acustico con Errico Canta Male 

DOMENICA 25 MAGGIO

10.00 – Colazione consapevole 

10.30-11.30 – Frittelle contro il DDL

10.30-12.30 – Global Palestine Kite Day: laboratorio di costruzione aquiloni per Gaza

10.30-12.30 – Laboratorio di Progetto PASSI – sessione di movimento dinamico, simbolico, collettivo: uno spazio di connessione e cura attraverso il gruppo e il piacere del movimento. 

11.00-12.30 – Presentazione del libro Socialmente pericoloso, storia di un ergastolo bianco di Luigi Gallini con il Collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud

12.30-14.30 – Pranzo resistente 

14.30-16.00 – TAVOLO: Quando l’impossibile diventa possibile: buone pratiche in salute mentale con Annamaria Accetta (Pratiche dialogiche), Giovanni Rossi (Club SPDC No Restraints), Paolo Cozzaglio (Uditori di voci), Scuola popolare Alice e operatori del CSM di Gorizia (Trieste) e Idee in Circolo (Modena). 

14.30-16.00 – Presentazione libro Rompere il gioco di Fabrizio Acanfora

16.30-18.00 – TAVOLO: Scuola – Come stiamo? Come resistiamo? con Asilo Pirata Autogestito Soprasotto (Milano), Collettivo Assenze Ingiustificate (Brescia), Rete Educare alle Differenze, Assemblea Precaria Universitaria (Milano), Giuseppe Dambrosio (filosofo e pedagogista), UDS.

16.30-18.00 – Presentazione zine: Gestione delle crisi, costruzione di una zona silenziosa e pratiche di mutuo aiuto con Neuroqueer

18.30 – Plenaria finale

La mostra fotografica Una mattina a Jenin sarà visitabile per tutta la durata del festival

Negli spazi del festival troverai banchetti di: magliette e autoproduzioni Brigata Basaglia, selezione di testi della Libreria Antigone, casa editrice indipendente Agenzia X, Rapazebù (neurodivergente in fissa coi filati) e IUCU Pavia: ridai vita ai tuoi libri. 

Pasti vegetariani e vegani.

PRENOTA IL TUO POSTO PER I LABORATORI SCRIVENDO A:

IG @brigatabasagliapavia MAIL basaglia.pavia@gmail.com

LUNEDI’ 26 MAGGIO — presso Cascina Torchiera senz’acqua, Milano

19.30 • cena popolare e Tavolo su salute mentale e uso di sostanze (inviti in aggiornamento)

Il Galeone in tempesta

Condividiamo con profonda tristezza e rabbia il comunicato di Casa Galeone. Un luogo ricco di storia e affetti e che ci ha ospitato più volte. Un luogo libero e in ascolto, dove come Brigata Basaglia abbiamo potuto condividere riflessioni e punti di vista insieme alle nostre compagne e compagni della rete antipsichiatrica.

Questo sfratto-sfregio è l’ennesima conferma (di cui non avevamo bisogno) di quanto infame e insensato sia il modo di vedere e vivere il mondo di chi ha voluto a tutti i costi la fine di questa esperienza. L’ennesima misera vittoria di un modello basato su questa logica prepotente, che mercifica la vita e calpesta la dignità altrui, condannando il tessuto sociale all’ulteriore inaridimento e il suolo agricolo all’ennesima desertificazione predatoria, nel tentativo di cancellare ogni forma di cura.
In un mondo così distorto, è sempre chi opprime a dettare legge, mentre chi resiste viene sfrattato.

Auguriamo alle nostre compagne e compagni di Casa Galeone lunga vita. Non saremo silenziat* o cancellat* da questi mediocri.

La salute mentale è un diritto, non un prodotto

Negli ultimi giorni la comunità delle psicologhe e degli psicologi si è trovata a discutere su un’operazione di marketing e pubblicità da parte della piattaforma di psicologia online UnoBravo. L’oggetto del dibattito era la scelta della piattaforma di offrire due sedute gratuite a chi acquistava un prodotto di una nota marca di prodotti per l’igiene personale.

La discussione intorno a questa scelta si è fatta subito molto accesa e ha avuto una risonanza importante sia sui social che all’interno degli ordini professionali.

Come gruppo, stiamo seguendo gli sviluppi di questa vicenda e ne abbiamo discusso, cercando di trarne alcune riflessioni che ci sembrano utili per la comunità sia di operatori che di pazienti. 

Da una parte, i professionisti denunciano una mancanza di “serietà” e “decoro” in queste pratiche commerciali. Dall’altra, alcunə sottolineano come le piattaforme online abbiano risposto a un bisogno della popolazione che non viene soddisfatto né dal sistema pubblico né individualmente dai professionisti. Altrə ancora, mettono in evidenza l’importanza di abbattere lo stigma della salute mentale e come queste campagne pubblicitarie di massa possano agevolare questo processo.

Leggi tutto “La salute mentale è un diritto, non un prodotto”

La solidarietà in azione: guarire la nostra umanità ferita attraverso una mobilitazione globale

di Samah Jabr

Il Cavallo di Jenin

A tutte e tutti i coraggiosi manifestanti, offro queste parole di lode e di incoraggiamento:
Sappiate che il popolo della Palestina vi guarda, legge i vostri striscioni e ascolta i vostri slogan!
Commossi dalla vostra solidarietà, troviamo conforto e forza nel vostro sostegno. Le vostre azioni contribuiscono a rigenerare i nostri legami di comune umanità ferita dai regimi egemonici che perpetuano l’ingiustizia sulla Terra.
Come psichiatra palestinese, testimone della recente ondata di militanza studentesca nelle università degli Stati Uniti in solidarietà con la Palestina e osservando allo stesso tempo la reazione locale dei palestinesi, sono colpita dal profondo potenziale terapeutico insito in questi movimenti.
Mentre il popolo palestinese continua a sopportare le brutali realtà dell’occupazione, dell’apartheid e della violenza inflitta dallo Stato israeliano, il sostegno inflessibile dei giovani militanti del mondo intero è un soffio di vita che allevia il nostro strangolamento sotto un’oppressione israeliana senza precedenti.
La censura delle critiche contro il sionismo e lo Stato israeliano gestita come misura di sicurezza all’interno delle università americane è una manifestazione inquietante del silenziamento sistemico delle voci pro-giustizia e pro-palestinesi.
Di fronte a questa repressione, le azioni coraggiose degli studenti e delle studentesse della
Columbia che hanno eretto delle tende nel campus e chiesto il disinvestimento dalle imprese che beneficiano delle attività israeliane sono degli atti audaci di sfida. Malgrado gli arresti e le misure di repressione prese dagli amministratori dell’università, la loro resilienza ha innescato manifestazioni simili in tutto il Paese e all’estero, dove i governi si allineano alle politiche israeliane.
In questo contesto, la solidarietà degli studenti degli Stati Uniti verso i palestinesi non è soltanto una posizione politica, ma un imperativo morale, etico.
Si tratta di un rifiuto importante della complicità storica dei governi e dei media americani nel loro sostegno all’occupazione israeliana e alla sua violenza contro il popolo palestinese.
L’ingenuità, la passività, l’apatia e l’insensibilità dei comuni cittadini hanno da sempre contribuito alla nostra tragedia nazionale allo stesso modo della malvagità e perversità dei leader dei regimi colonialisti. Ma solidarizzando con i palestinesi questi studenti e queste studentesse sfidano la narrazione dell’oppressore e propongono una contro-narrazione fatta di empatia, di giustizia e di umanità.
Grazie alle loro energie, il loro idealismo, la loro empatia e la loro sete di giustizia, questi studenti e studentesse, i giovani in generale, hanno il potenziale per costituire una bussola morale per qualsiasi nazione.
Il loro attivismo per la Palestina riflette un impegno per i valori universali dei diritti dell’uomo, della dignità e dell’uguaglianza. Inoltre, la loro volontà di sfidare le strutture di potere esistenti testimonia una profonda comprensione dell’interconnessione delle lotte globali contro l’ingiustizia.
Non si insisterà mai abbastanza sugli effetti terapeutici della solidarietà internazionale per i
palestinesi. Per un popolo che ha sopportato decenni di sfollamento forzato, espropriazione e violenza, la consapevolezza di non essere solo nella sua lotta è fonte di conforto e di
incoraggiamento.
Questo riafferma la nostra umanità di fronte alla disumanizzazione e offre un barlume di speranza per un futuro libero dall’oppressione.

Come psichiatra, io credo nel potere curativo della solidarietà. I suoi benefici sono reciproci,
arricchendo sia chi dà sia chi riceve.
Solidarizzando con i palestinesi gli studenti e le studentesse universitari e gli attivisti non soltanto difendono la giustizia, ma si impegnano allo stesso tempo in una guarigione collettiva dal senso di colpa e dall’impotenza legate al trauma vicario [inteso come esposizione indiretta a un evento traumatico che colpisce altri.
Le loro azioni incarnano i principi di empatia, di compassione e di riconoscimento che sono
essenziali per la costruzione di un mondo più giusto e pacifico. Spero che la loro solidarietà
continui a svilupparsi, al di là delle frontiere e delle barriere, fino al giorno in cui la Palestina sarà libera e la giustizia sarà realizzata per tutti.

30 aprile 2024, pubblicato su www.chroniquepalestine.com in inglese e in francese
Trad. it. dal fr. di Maria Rita Prette (Sensibili alle foglie).

Milano-Cortina 2026 – Dalla montagna alla città Olimpiadi insostenibili

milano cortina 2026 dalla montagna alla città olimpiadi insostenibili
corteo 10 febbraio piazzale lodi milano ore 15

Tante persone e realtà politiche si sono incontrate a Piano Terra il 20 gennaio a Milano, per prendere parte all’assemblea indetta da C.I.O. (Comitato Insostenibili Olimpiadi). Un confronto in cui si è lanciata pubblicamente la mobilitazione contro la devastazione ambientale e lo spreco di denaro pubblico che le Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026 comporteranno per i nostri territori montani. Devastazione ambientale che toccherà anche la città con ulteriore cementificazione e aumento dei costi per tutt3 l3 abitanti delle città coinvolte.


In un momento storico in cui la crisi climatica è arrivata probabilmente a un punto di non ritorno, in cui l’esigenza impellente è quella di trovare un equilibrio e una convivenza armonica con il mondo e nella natura, l’ottusità e i diktat neoliberisti del profitto per pochi e ad ogni costo ci portano a distruggere ancora, ancora e ancora per cosa? Una pista da bob? Autostrade e strade totalmente inutili? Impianti sciistici quando sappiamo che stiamo affrontando una crisi climatica che ci asseterà e desertificherà? Ormai da anni numerosi studi, ricerche scientifiche e analisi politiche stanno insistendo nel dimostrare e affermare che dobbiamo tenerci stretti i nostri alberi, i nostri ambienti naturali, e anzi dovremmo piantare milioni di alberi nelle nostre città per abbassare le temperature sempre più alte. E invece che cosa si fa? Gli alberi li tagliamo per fare spazio al cemento.
Vogliamo fermare amministratori, governi, multinazionali e aziende dal fare questi scempi e rovinarci la vita?


Un primo appuntamento nazionale e ampio sarà il 10 febbraio a Milano (la città esemplare del peggio modello di autodistruzione).

10.2 | h15 piazza Lodi | Corteo: dalla montagna alla città, Olimpiadi insostenibili

Appunti su trauma e violenza nel conflitto palestinese-israeliano

Di fronte a dolore e macerie, riconoscimento dell’Altrə, responsabilizzazione e azione collettiva

Alessandra Sanguinetti, Separation wall. Abu Dis, Israel. 2004. © Alessandra Sanguinetti | Magnum Photos
Alessandra Sanguinetti, Separation wall. Abu Dis, Israel. 2004. © Alessandra Sanguinetti | Magnum Photos

In questi giorni, attonitɜ e impotenti, stiamo assistendo a un massacro in tempo reale, in diretta mediatica. L’uccisione di migliaia di persone intrappolate nella Striscia di Gaza, con bombardamenti massicci, anche al fosforo bianco. Un popolo lasciato senza acqua e cibo, senza elettricità e medicinali. Gli attacchi indiscriminati anche in Cisgiordania da parte dell’esercito e dei coloni israeliani. Un attacco che lascia intendere una volontà di sterminio e di annientamento della popolazione palestinese disumanizzata e resa nemica, con una retorica criminale e islamofoba che sovrappone gli abitanti di Gaza con il terrorismo di matrice islamica. Definirla una guerra è scorretto, dato che non si stanno affrontando due eserciti nazionali, ma siamo di fronte a un esercito rifornito di ogni tecnologia e armamento che sta attaccando un territorio privo di uno Stato autonomo e densamente popolato, distruggendo ospedali, campi profughi, scuole piene di civili indifesi con la scusa di colpire una organizzazione terroristica.

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Samah Jabr: testimoniare durante il genocidio

Riceviamo dal collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud e condividiamo la lettera della psichiatra palestinese Samah Jabr

“Signore e signori:

ogni mattina ci svegliamo con un’altra immagine orribile proveniente da Gaza. Oggi vediamo il video di un carro armato israeliano che investe avanti e indietro il cadavere di un civile palestinese.

Rispettato pubblico: Sono una consulente psichiatra, con una lunga esperienza con i professionisti della salute mentale a Gaza.  Ma non sono qui per parlarvi dell’impatto inimmaginabile di un genocidio sulla salute mentale dei palestinesi, né per romanticizzare il Sumud palestinese. Sono qui per avvertirvi dell’imminente collasso del nostro senso di comune umanità. In quanto palestinese priva di cittadinanza e alle prese con un livello di violenza israeliana senza precedenti a Gerusalemme e in Cisgiordania,faccio appello ai vostri principi universali di esseri umani affinché ci aiutino a denunciare la straziante realtà che si sta svolgendo a Gaza, un luogo che sta venendo segnato da uno dei capitoli più bui della storia. Le implacabili atrocità commesse di ora in ora a Gaza sono una macchia sulla coscienza dell’umanità, lasciando un segno indelebile sulla nostra capacità di relazionarci l’un l’altro come esseri umani.

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Samah Jabr: Il trauma collettivo del popolo palestinese

Samah Jabr è la presidente dell’Unità di Salute Mentale del Ministero della Salute palestinese. Il suo lavoro e il suo attivismo mettono in luce come l’occupazione israeliana sia un intreccio di un problema politico e di questioni legate alla salute mentale. L’intervento di Samah Jabr al nostro festival Contatto: pratiche di resistenza e liberazione, svoltosi lo scorso maggio presso la Cascina Torchiera, ci fornisce uno scorcio del trauma collettivo e generazionale dell’occupazione israeliana, della resistenza palestinese nell’organizzare i propri servizi di salute e dell’importanza della solidarietà internazionale nel creare reti di complicità e supporto. In un contesto globale in cui le istituzioni accademiche e mediatiche silenziano e ricattano le voci dissidenti, abbiamo ritenuto imprescindibile riportare le parole di Jabr, le quali ci aiutano a capire gli eventi delle ultime settimane a Gaza come parte di un genocidio iniziato nel 1948 e che chiedono la liberazione della Palestina.

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