Stigma, crisi psichica e monopolio della forza
di Francesca Daidone C.

Una persona in stato alterato viene uccisa durante un fermo di polizia, trattata come se la sua vita non valesse nulla, schiacciata sul selciato, mentre sta chiedendo aiuto. Nei giorni di luglio siamo state esposte all’uccisione di Fakir e quelle immagini terribili faticano a svanire dalla mente. Perché sono di una violenza inaudita. Stupisce, o forse no, che non tutti abbiano avuto le stesse reazioni di empatia (concetto che andrebbe meglio capito e meno idealizzato) nei confronti di quell’uomo che implora basta. C’è anche chi lo ha percepito con fastidio, come qualcosa di estraneo da eliminare perché improprio.
Nei familiari e amici di Fakir, nei tanti solidali, si è scatenata, invece, una rabbia potente, legittima e comprensibile, insieme a tanto dolore. Quella rabbia è ciò che ci deve stare più a cuore, è il segno che una parte del corpo sociale non si è ancora abituata a questa disumanità e noncuranza. Esprime la capacità di non proiettare fuori da sé l’ombra della follia, la paura del crollo; è alla base del rifiuto di considerare normale ciò che normale non è. Come siamo arrivati a guardare la sofferenza, compresa quella psichica, nel modo in cui la guardiamo oggi? Perché una persona che urla, si agita, perde per un attimo il contatto con la realtà che la circonda, viene percepita come una minaccia da neutralizzare e non come qualcuno che sta male e ha bisogno di aiuto? Siamo sempre stati così?
Ci sono livelli di analisi stratificati che è importante tenere presenti, e che vanno da un piano socio-politico e culturale fino a uno più personale e inconscio.
Prima dei grandi manicomi la follia si gestiva perlopiù tra le mura domestiche, e questo non significava assenza di violenza, perché accoglienza, abbandono e isolamento convivevano. In alcune ricostruzioni si racconta del ‘matto del villaggio‘ che, quando c’era spazio per lui, aveva un nome, una sua storia e un posto nella comunità. Certamente è un’immagine che conserva qualcosa di vero, ma forse va guardata con la cautela che riserviamo a ogni idealizzazione.
Con l’affermarsi degli Stati moderni prende forma l’internamento, per cui i corpi e le vite che non trovano posto nella società vengono allontanati dalla vista e rinchiusi. Foucault (1961) colloca questo passaggio nel Seicento, nel ‘grande internamento’, e vi legge la trasformazione della follia da forma della diversità umana in qualcosa da segregare. L’Hôpital Général di Parigi, istituito nel 1656, ne è l’emblema, un ospedale che in realtà raccoglie mendicanti e vagabondi, libertini, donne rinchiuse per ragioni morali e, in numero minore, matti, accomunati dall’ozio che una nuova etica del lavoro condanna come colpa. Sappiamo che questa tesi è stata molto discussa dagli storici, ma per noi resta una chiave preziosa per pensare il gesto di separare dal corpo sociale ciò che ne disturba l’ordine. Sarà poi l’Ottocento, con la nascita della psichiatria e il moltiplicarsi dei manicomi nella società industriale, a dare a questo gesto una veste medica, in un luogo di cura che è prevalentemente luogo di custodia e discarica di ciò che non ha un ruolo sociale e produttivo. In Italia la legge 36 del 1904 ne rende esplicito il mandato, prevedendo il ricovero di chi fosse pericoloso a sé o agli altri o di ‘pubblico scandalo’.
Negli anni Sessanta Goffman (1961) e Basaglia (1968) mostrano come una parte rilevante di ciò che viene attribuito alla malattia sia prodotta o aggravata proprio dall’istituzione che dovrebbe curarla; l’istituzione totale spoglia l’internato della sua identità e dei suoi legami. In Italia, grazie alla legge 180 e alla rivoluzione che si origina intorno a Basaglia, i manicomi riusciranno a essere chiusi, anche se il percorso sarà lungo, disomogeneo tra le regioni e mai davvero concluso nella costruzione dei servizi territoriali. L’eredità che questo movimento lascia è l’idea che il matto non sia un corpo estraneo ma una persona da ascoltare e accogliere, anche se la logica manicomiale sappiamo purtroppo essere sopravvissuta in tante forme, oltre le mura del manicomio e anche dentro di noi.
Nonostante questa grande vittoria, quindi, la speranza di un cambiamento radicale viene disattesa. Dagli anni Novanta in poi, si osserva come la salute mentale venga letta sempre più attraverso la lente securitaria, riportandoci indietro e tradendo l’istanza libertaria e una visione territoriale e comunitaria della cura. L’attenzione pubblica non si concentra sul fatto che la persona in crisi stia soffrendo, ma sulla possibilità che sia imprevedibile o violenta e quindi il folle diventa l’espressione di qualcosa di imprevisto e potenzialmente pericoloso.
Questa percezione è alimentata da una copertura mediatica che enfatizza gli episodi eccezionali di violenza, nonostante la ricerca mostri l’esatto contrario, ossia che la stragrande maggioranza delle persone con disturbi mentali non è violenta e anzi ha un rischio molto maggiore di subire violenza che di esercitarla1; sono proprio le persone vulnerabili che hanno una probabilità circa dieci volte maggiore di essere vittime di violenza.
Parallelamente torniamo a concepire la persona con sofferenza psichica come sganciata dal suo contesto familiare e sociale e concepita come un organismo biologico la cui sofferenza è da trattare soprattutto da un punto di vista farmacologico. Il contenimento dato dalla relazione d’ascolto viene via via sostituito da contenzioni meccaniche e soprattutto chimiche.
Oggi a livello sociale facciamo fatica a empatizzare e riconoscere nella crisi psicotica il dolore che sta vivendo quella persona, ne percepiamo solo la minaccia; quando incontriamo una persona in crisi non sappiamo cosa fare se non chiamare chi ha il monopolio della forza. Lo stigma nei confronti del ‘matto’ è un modo collettivo di osservare e leggere la realtà che ci circonda, costruito nei secoli, che trasforma la vulnerabilità in vergogna o pericolo.
Con questo sguardo storico, i fatti di cronaca, anche solo di questi ultimi mesi, si rivelano come la conseguenza di un modo di vedere e non certo come incidenti isolati.
Il 19 luglio 2026, Abderrahim Fakir, 42 anni, in Italia da quando ne aveva sette, muore nel quartiere Pilastro di Bologna mentre viene tenuto a terra e immobilizzato da due poliziotti. È in un momento di forte sofferenza psichica, stato in cui versa da settimane e di cui i servizi di salute mentale sono già a conoscenza. Probabilmente sta chiedendo aiuto. Da quello che raccontano le persone a lui più vicine la sua crisi è stata esasperata dalla paura dell’espulsione. Come ha dichiarato la sua avvocata Barbara Spinelli, negli ultimi mesi Fakir aveva manifestato timori legati all’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione, con una paura di essere mandato via dall’Italia, nonostante lei cercasse di rassicurarlo. La sua posizione, del resto, era tutt’altro che tranquilla perché dopo un lungo periodo trascorso in Marocco in seguito alla morte della madre, aveva perso il permesso di soggiorno e stava cercando di riottenerlo. Poteva restare in Italia grazie a un provvedimento provvisorio del giudice, eppure l’ufficio immigrazione lo aveva convocato per nuove verifiche. Un uomo arrivato qui a sette anni, che qui aveva costruito un’impresa e una famiglia, si ritrovava appeso a un atto provvisorio, in un clima reso ancora più minaccioso dall’entrata in vigore dei nuovi proveddimenti europei sulla migrazione. È quindi legittimo chiedersi se il suo stato di agitazione sia stato una risposta comprensibile a una condizione dalle caratteristiche persecutorie.
Da decenni la ricerca scientifica documenta come le condizioni di insicurezza costante possano contribuire a produrre una vulnerabilità psichica. È in questo quadro che verosimilmente si inserisce la crisi di Fakir. Gli studi dimostrano un’associazione significativa tra esperienze di oppressione e insorgenza o aggravamento della sofferenza mentale e le persone migranti e razzializzate si trovano spesso nella condizione di vivere nell’incertezza di poter essere cacciate da un momento all’altro, anche chi come Fakir ha vissuto la gran parte della vita in Italia.
Il concetto di fondo è quello che gli studiosi chiamano minority stress. Il concetto è stato elaborato dallo psicologo Ilan Meyer per descrivere la condizione delle persone gay, lesbiche e bisessuali (Meyer 2003), ma si applica a qualunque esperienza di esclusione. Allo stress ordinario si somma quello di chi deve stare sempre in guardia, di chi si aspetta come prima risposta un rifiuto e assorbe ogni giorno piccoli e grandi segnali di non essere la o il benvenuto. Accumulandosi nel tempo, questo stress logora, ed è un fattore di rischio documentato per depressione e ansia. Sulla psicosi le prove sono ancora più nette1. Da oltre vent’anni la ricerca epidemiologica europea mostra che chi emigra, e chi nasce da genitori emigrati, ha un rischio di sviluppare un disturbo psicotico da due a tre volte più alto rispetto alla popolazione del paese di arrivo (Cantor-Graae e Selten 2005; Selten et al. 2020).2 La patologia e la sofferenza mentale non nascono quindi soltanto da una fragilità individuale, ma affondano le radici anche nella situazione e nel contesto, in ciò che accade qui, per come si viene trattati.
L’esperienza cronica di essere escluso e oggetto di razzismo è essa stessa un fattore che può contribuire ad aumentare il rischio di un esordio o di uno scompenso psicotico. Inoltre, le persone appartenenti a gruppi razzializzati possono essere esposte, durante le crisi psichiche, a un rischio maggiore di interventi coercitivi. La ricerca documenta che le persone razzializzate in sofferenza psicologica hanno una probabilità significativamente più alta di ricevere atti di forza anziché cura.3
Achille Mbembe (2003) parla di necropolitica per descrivere come la sovranità si misuri anche sul potere di decidere chi deve morire, un concetto pensato per contesti coloniali e di occupazione.
Pensando ai nostri territori, l’esempio più aberrante è l’esistenza dei CPR in cui si impone, a uomini e donne senza permesso di soggiorno e considerati inferiori perché persone razzializzate forzate in una posizione giuridica e sociale subalterna, spesso provenienti da territori segnati da rapporti coloniali e postcoloniali, la sospensione amministrativa delle garanzie e la detenzione senza reato. Si viene esposti a un rischio maggiore a seconda di chi si è. Lì i medici ci sono, sulla carta, eppure si muore lo stesso di abbandono, di isolamento, di psicofarmaci usati come sedativi di massa. Il camice non protegge nessuno se chi lo indossa rappresenta la violenza di Stato e continua a vedere in chi ha davanti un problema da sedare o eliminare invece che una persona da proteggere.
A Cosenza, quattro giorni dopo l’omicidio di Fakir, un altro giovane uomo, Mohamed Amin Bessioud, è morto precipitando da una finestra mentre i carabinieri entravano in casa sua per l’ennesimo controllo. Aveva una depressione conclamata. Al momento della perquisizione si trovava in uno stato di forte agitazione. Secondo quanto riferito da familiari e fidanzata, era sottoposto da mesi a continue verifiche caratterizzate da controlli e perquisizioni notturne. Bessioud aveva già tentato di gettarsi nel vuoto ed era in cura presso il CSM e il Serd. Questo contesto di cura, che avrebbe dovuto essere il primo dato da cui partire, non viene minimamente considerato; per la logica del controllo o sei dentro, o altrimenti sei fuori dalla norma. O sei in regola con la ‘legge’ o se no il detentore della suddetta legge ha mani libere su ciò che ti può fare; esiste una sensazione di impunità da parte dei controllori dell’ordine. Uomini in divisa che bussano alle sei del mattino non vengono a chiedere come stai, vengono a controllare e a intimidire, e per chi vive già sul bordo le intenzioni di chi ti si avvicina fanno la differenza e possono determinare l’esito della tua situazione. Sotto la notizia della morte di Bessioud, costa fatica leggere le decine di commenti feroci dei lettori (tra cui chiaramente anche molti troll intenti a influenzare l’opinione di chi legge). C’è chi commenta che ‘chi ha la coscienza pulita non ha paura dei controlli’; è vero, il ragazzo aveva con sé dell’hashish, ciò non toglie che anche un controllo di polizia su chi ha già tentato il suicidio ed è in cura richiede modalità diverse. Che una persona con una depressione grave, che aveva già tentato di uccidersi, possa avere il terrore di un’irruzione durante la notte non viene nemmeno preso in considerazione. La vulnerabilità sparisce e resta solo l’ottusa interpretazione che vede l’innocente stare tranquillo e il colpevole scappare. È la stessa operazione che si gioca sul corpo di Fakir, una logica che, se non si svela e smonta, ti manipola. Funziona che prima si toglie all’ ‘altro’ lo statuto di persona che soffre e poi, resa invisibile la sua sofferenza, ogni suo gesto diventa una minaccia.
Una crisi psicotica acuta è uno stato in cui il sistema nervoso è in modalità sopravvivenza. Il corpo e la mente percepiscono una minaccia reale alla propria esistenza. Può assumere forme molto diverse tra loro, dal terrore alla rabbia, dalla disorganizzazione a convinzioni deliranti. Non sempre la stessa chiave di lettura vale per tutte, tuttavia urlare frasi sconnesse, colpire ciò che ti sta attorno, muoversi in modo incontrollato, sbattere la testa possono rappresentare la risposta a una condizione di panico più che un atto aggressivo pienamente intenzionale. In molti di questi casi, la sicurezza percepita dalla persona in crisi resta una delle variabili che più incide sull’aumento o la diminuzione della sua agitazione.
A volte, lo stato di alterazione psichica è scatenato o amplificato dall’uso di sostanze psicotrope ma questo non cambia il fatto che chi interviene e si avvicina a chi in quel momento sta male deve, comunque, saper leggere chi ha davanti, riconoscerne il bisogno di contenimento emotivo e trattare la persona con umanità ed empatia. Anche chi fa uso di sostanze, del resto, vive spesso lo stesso rapporto di sospetto con le istituzioni, e può aspettarsi che chi interviene sia più interessato a giudicare o reprimere l’assunzione che a comprendere ciò che sta accadendo.
Il problema più evidente è che le stesse istituzioni che contribuiscono a produrre una paura costante, dovuta alla minaccia di espulsione, alla profilazione razziale, ai continui controlli, sono poi quelle mandate a ‘gestire’ le crisi. Una persona in crisi che vede arrivare le forze dell’ordine e viene contenuta fisicamente in modo violento riceve la conferma a tutte le sue paure e, anziché sentirsi al sicuro, va in panico. È un po’ come se un bambino, travolto dalla paura o da uno stato di profondo spaesamento, invece di essere preso in braccio e contenuto in un abbraccio, venisse preso a schiaffi in faccia. Questo vale anche per qualsiasi adulto e prima che l’agitazione possa diminuire, la persona deve poter percepire una condizione minima di sicurezza. Ciò non esclude la necessità di proteggere chi le sta intorno, ma impone di farlo evitando ogni escalation non necessaria.
Oltre a ciò, la contenzione prona, cioè l’immobilizzazione a pancia in giù, unita alla pressione sul torace o sul collo che le forze dell’ordine mettono in pratica con grande frequenza, è documentata dalla letteratura medico-legale come potenzialmente letale da oltre venticinque anni. La compressione del torace in un individuo già in iperarousal riduce la capacità di respirare e può causare un arresto cardiaco in pochi minuti.1 In questi giorni è arrivata la notizia che, secondo i consulenti della procura, anche la manovra di immobilizzazione, insieme alla cocaina e ai problemi cardiaci, è tra le cause della morte per insufficienza respiratoria di Fakir, rimasto prono per 6 minuti e 27 secondi con un agente a cavalcioni sulla schiena. E non è solo una questione di divise. Nel caso di Fakir, per esempio, è arrivata anche l’ambulanza e, stando alle ricostruzioni, Fakir veniva tenuto a terra perché lo si potesse sedare, cioè il contenimento meccanico come anticamera di quello chimico, la stessa sequenza che conosciamo essere attuata nei reparti ospedalieri e nei CPR. Gli operatori sanitari della Croce Rossa sono ora indagati per omicidio colposo mentre il medico, a quanto risulta, è arrivato quando Fakir aveva già smesso di muoversi, in tempo solo per constatarne la morte. Quel giorno erano presenti dei sanitari, ma non hanno avuto attenzioni di cura nei confronti della persona che stava male, al contrario, hanno assecondato la logica di un ordine pubblico abusante. Da sottolineare che i due agenti che lo hanno tenuto a terra non sono, tecnicamente, indagati. La procura li ha iscritti in un registro separato, l’ ‘annotazione preliminare’, introdotto dal decreto sicurezza di febbraio per i casi in cui appaia ‘evidente’ una causa di giustificazione, come l’adempimento di un dovere. È il cosiddetto scudo penale, ed è stato applicato dopo nemmeno un giorno di indagini, prima ancora dell’autopsia.
La stessa logica, quella di rispondere a una crisi con l’immobilizzazione prolungata invece che con la de-escalation, ricorre nelle morti nel 2020 di George Floyd a Minneapolis, Riccardo Magherini a Firenze nel 2014, Igor Squeo a Milano nel 2022, Federico Aldrovandi a Ferrara nel 2005, Adama Traoré a Persan in Francia nel 2016 e chissà quante altre persone nelle loro mani e mai identificate come uccisioni. Le dinamiche tecniche e gli esiti giudiziari non sono identici, ma il corpo tenuto a terra violentemente oltre ogni necessità e il mancato riconoscimento del bisogno sono elementi che si ripetono in tutte queste morti.
Il 15 gennaio 2026 per l’uccisione di Riccardo Magherini la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per mancanza sistemica di formazione. La condanna segnala una responsabilità sistemica, non riducibile esclusivamente alla condotta dei singoli agenti o alla teoria delle famose mele marce. Sei mesi dopo, Fakir viene ammazzato con la stessa tecnica. La consapevolezza esiste, è documentata, persino sancita da una sentenza europea, eppure le modalità non cambiano. La persistenza delle stesse modalità non può più essere descritta come semplice ignoranza tecnica o mancanza di formazione ma indica una pratica istituzionalmente tollerata e una responsabilità sistemica nella mancata adozione di alternative. Così, con questo uso della violenza, lo Stato e i suoi apparati sembrano voler gestire le crisi e gli scompensi di persone ritenute non degne di essere aiutate.
Esponenti del Governo che spendono solo parole di stigmatizzazione nei confronti di chi è morto, mentre chiedeva aiuto, in circostanze di evidente abuso della forza da parte di funzionari dello Stato (il ministro dell’Interno ha dichiarato che gli agenti avevano agito con piena cura mentre l’autopsia era ancora in corso, e il legale della famiglia l’ha definita un’intimidazione verso i giudici), chiedono clemenza per chi ha ucciso a freddo due rapinatori in fuga. Questo doppio standard lo spiega bene il concetto di panico morale descritto da Stanley Cohen nel suo Folk Devils and Moral Panics (1972). Siamo fermi a oltre cinquant’anni fa. In un momento di crisi si costruisce un nemico facile facile, razzializzabile, lo straniero spacciatore, il matto, il maranza delle baby gang e intorno a lui una narrativa di ordine e sicurezza che sposta lo sguardo verso il dito e non la luna. Quattro giorni prima della morte di Fakir, il 15 luglio 2026, la Cassazione confermava la condanna a 14 anni e 9 mesi per Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour che nel 2021 inseguì e uccise a colpi di pistola due rapinatori in fuga, quando, come scrissero i giudici, ‘l’azione aggressiva era totalmente conclusa’. Salvini, Meloni, Vannacci e tutta la vulgata destrorsa ne hanno chiesto la grazia. Perché costui dovrebbe meritarla? Chi appartiene ai gruppi privilegiati viene percepito come una persona che ha sbagliato, che merita comprensione; chi è razzializzato, povero, migrante o in crisi psichica viene percepito come una minaccia. Roggero è il brav’uomo che difende la sua ricchezza. Fakir è il delinquente straniero, impossibile provare ‘empatia’, ma giudicato come un misero problema di sicurezza. Il meccanismo scatta sempre allo stesso modo, ossia si individua un capro espiatorio, i media lo amplificano, i ‘controllori morali’ lo diagnosticano, la società chiede repressione. Questo senso comune egemonico (Gramsci 1932-1933) è una mappa del mondo costruita da decenni di televisione e propaganda politica. Il piccolo proprietario che si identifica nel gioielliere legge il mondo come se il nemico fosse il rapinatore, non il sistema che lo sta impoverendo, che sta impoverendo tutti. Difende i suoi piccoli privilegi, ignorando il livello di sfruttamento e di ingiustizia più ampio. Siamo stati addomesticati così bene a difendere il nostro piccolo giardino, a discapito di un bene comune che è l’unica cosa che ci garantirebbe di stare bene tutti.
L’intento del governo fascista e populista è infatti quello di soffiare sul fuoco dell’opinione pubblica e la sua risposta arriva immancabile sotto forma di decreti. A conferma di quanto l’impianto governativo e istituzionale sia razzista, i provvedimenti di luglio presentati ‘simpaticamente’ con l’etichetta anti-maranza, e confluiti in parte nel ‘decreto cortei’ di ottobre, prevedono la presunzione di imputabilità del minore, come per gli adulti; il divieto di aggregazione, disposto dal questore, per soggetti ritenuti pericolosi; l’estensione del fermo preventivo anche ai minori coinvolti in comportamenti a rischio; un inasprimento delle sanzioni per gli atti vandalici commessi in gruppo. Dare a una legge il soprannome che comunemente si usa per definire ragazzi di periferia, spesso italiani figli e figlie di famiglie migranti, vuol dire dichiarare sfacciatamente (come è tipico dello stile dei fascisti) contro chi è scritta. Si identifica, ancora una volta, una ben precisa fascia di popolazione come problema di ordine pubblico, senza chiedersi nulla sulla vita di queste ragazze e ragazzi, sulle loro paure e le loro speranze. Semplicemente si stabilisce che siano pericolosi e vadano puniti.
Quando si smantella lo Stato sociale si espande lo Stato penale per gestire le conseguenze di quello smantellamento (Wacquant 2006). L’insicurezza prodotta dal neoliberalismo diventa domanda di più polizia, più carcere, più legittima difesa. Il gioielliere che si arma e spara è il simbolo di questa ideologia. Questo assetto è, d’altronde, tratto strutturale delle democrazie neoliberali, trasversale ai governi. La serie di morti per mano dello Stato attraversa governi di ogni colore e sappiamo bene che i CPR hanno preso il nome attuale con il decreto Minniti-Orlando del 2017, varato da un governo di centrosinistra.
Infine, tornando a quei diversi livelli da prendere in considerazione ce n’è uno più profondo, forse ancora meno visibile e intuibile e che riguarda il funzionamento intrapsichico. Questo livello ci può aiutare a comprendere gli aspetti più irrazionali di alcune reazioni pubbliche, soprattutto di chi si riconosce nella retorica securitaria, davanti a questi ‘fatti di cronaca’.
Qui alcuni contributi della psicoanalisi ci possono venire in aiuto per spiegare che ciò che ci rende così insopportabile il folle e il deviante è, forse, il fatto che possa sembrarci così somigliante a una parte di noi. Una parte che abbiamo dovuto reprimere per stare al mondo, e vederla in giro, a piede libero, urlante, è come vedere tornare ciò che avevamo sepolto. Freud (1919) aveva definito l’angoscia che proviamo davanti a qualcosa di stranamente familiare, e che credevamo di aver rimosso, il perturbante.
Chiunque abbia sognato, e sogniamo tutti, ogni notte, sembra visitare quel luogo. Il sogno può essere pensato come la parte di ‘psicosi’ fisiologica di ogni persona perché ogni notte, per qualche ora, perdiamo il contatto con la realtà, crediamo vere cose impossibili, vediamo i morti, possiamo volare e fare cose incredibili, siamo perseguitati oppure diventiamo onnipotenti. La differenza tra noi e chi chiamiamo folle non è che noi non conosciamo quel mondo, ma che noi, al mattino, ne usciamo anche se quella porta d’ingresso è dentro ognuno/a.
Melanie Klein (1946) aggiungeva che quel mondo non lo visitiamo soltanto di notte da adulti, ma ci abbiamo abitato da svegli, tutti e tutte, all’inizio della vita. Il neonato si trova in uno stato che in un adulto chiameremmo, senza esitare, psicotico. Un mondo scisso, dove non esiste ancora la madre intera ma solo un seno buono che nutre e uno cattivo che perseguita, e terrori di annientamento che non hanno ancora un nome. Si chiama posizione schizoparanoide, e la parola ‘posizione’ spiega bene che non si tratta di una fase che si supera e si lascia alle spalle, ma è uno stato psichico in cui ci si può ritrovare. Sotto la pressione del dolore, del lutto, della paura, torniamo tutti, per un tratto, in quel mondo scisso che si divide in amici e persecutori.
Non esiste, dunque, una separazione netta tra mente sana e mente malata ma cambia l’equilibrio, sempre fragile, tra la capacità di pensare il dolore e la spinta a espellerlo. In quel mondo scisso ciò che non si riesce a tollerare viene proiettato fuori, trovando il proprio persecutore nel mondo esterno. Questo vale per le singole menti, ma anche per le società. Fanon ha mostrato in Pelle nera, maschere bianche (1952) che una collettività sceglie dei corpi su cui depositare ciò che non vuole riconoscere di sé. Nell’Europa che descriveva, il nero era un oggetto fobico, il luogo in cui collocare la violenza, l’istinto, la sessualità che il bianco non accettava come propri.
Inoltre, non dobbiamo dimenticarci mai che la sanità mentale si mantiene solo dentro una relazione. Il bambino diventa capace di stare al mondo perché chi se ne è preso cura dall’inizio ha retto per lui un terrore che da solo non avrebbe potuto sopportare. Lo ha tenuto tra le braccia e nella mente, gli ha fatto da contenitore finché non ha imparato a contenersi da sé. E quando questo ‘tenere’ manca, ciò che emerge è un dolore che non ha ancora parole per dirsi. Winnicott (1974) descrive questa esperienza attraverso il concetto di paura del crollo, il terrore di cadere e disintegrarsi, la paura di andare in pezzi. Quella paura non la superiamo mai davvero. La teniamo a bada perché qualcuno, un tempo, l’ha fatto per noi.
Il che ci riporta all’uomo a terra nel cortile. Lo si può difensivamente percepire come lontanissimo da noi, ma è un uomo in cui il contenitore potrebbe aver ceduto. Non dimentichiamo che Abderrahim Fakir aveva perso anche sua madre e questo, da persone vicine, è stato testimoniato essere parte della sua vulnerabilità e sofferenza. Non possiamo sapere con certezza cosa stesse cercando in quel momento, ma è verosimile immaginare che, esprimendo aggressivamente un’angoscia inizialmente e poi chiedendo aiuto, stesse facendo la cosa più sana che potesse fare, cioè cercare disperatamente un contenitore umano, una relazione capace di offrire uno dei sostegni fondamentali a una mente che si sta disorganizzando. Cercava un contenimento e ha trovato le manette della polizia di Stato.
La follia, dunque, non riguarda una minoranza sfortunata ma è parte stessa di ogni mente umana, che è tenuta insieme da un equilibrio delicato e da una rete di legami. E, che la reazione di fronte a chi crolla, sia il panico e la forza ci rivela tanto di che tipo di società disunita e disumana siamo. Una società fragile in cui si colpisce con tanta più violenza ciò che, nel segreto, ci ricorda quanto è sottile il filo a cui siamo tutti appesi.
Il DDL anti-maranza, lo scudo penale per le forze dell’ordine, la grazia chiesta per Roggero, il terrore di essere espulso di Abderrahim Fakir che viveva in Italia da oltre trent’anni, sono facce della stessa medaglia. E chi ne fa ancor più le spese è chi sta già ai margini.
Sono parte di una logica che prevede che la proprietà privata e gli oggetti valgano più della vita, che ordine e controllo valgano più del prendersi cura, e che alcune vite valgano meno di altre. Fanon ha insegnato molto bene che il dolore del colonizzato non veniva creduto, veniva interpretato da uno sguardo razzista che è ancora ben presente oggi. In primo luogo nei CPR, dove uomini e donne senza permesso di soggiorno vengono torturati senza aver commesso alcun reato.
Davvero niente di nuovo sotto il sole. È stato più facile che cambiasse il clima sulla Terra che questo modello ora chiamato ‘democrazia’ e che non è altro che una società ancora violentemente divisa per classi sociali, razzista e basata sulla legge del più forte. È una ideologia ben precisa che definisce e indica chi proteggere e chi lasciare senza protezione e ammazzare.
Foucault ha raccontato che l’espulsione del folle dalla comunità è una costruzione storica, databile e reversibile, non un fatto inevitabile. Basaglia ha dimostrato che è possibile costruire un’alternativa. La domanda che dobbiamo porci è che tipo di comunità vogliamo essere. Una comunità che, quando qualcuno soffre, chiama coloro che hanno il monopolio della violenza? La forza pubblica? O una comunità che sa stare accanto alla sofferenza senza trasformarla in un problema di ordine pubblico?
La modalità con cui la sofferenza si esprime, anche se aggressiva, non dovrebbe mai inficiare la disposizione ad accogliere e proteggere una persona in evidente stato di crisi. La salute mentale è una responsabilità collettiva. Il contatto sociale, soprattutto quando consente di conoscere direttamente esperienze e persone normalmente ridotte a un’etichetta, è una delle strategie più efficaci per contrastare lo stigma.1
La competenza di accogliere la sofferenza psichica si costruisce con il riconoscimento dell’altro come portatore di una propria verità e di un proprio dolore e tenendo in mente che la persona in crisi è uno di noi, che sta attraversando qualcosa che potenzialmente potrebbe riguardare chiunque. Se a prevalere è la paura o il rigetto di chi sta male, difficilmente si potrà cambiare la nostra società, cosa possibile solo se lo decidiamo collettivamente, cambiando lo sguardo prima ancora dei protocolli. Sguardo che però, non ci si può illudere, è difficile possa maturare se non mettiamo in discussione le continuità fasciste, coloniali e razziste presenti nella storia, nelle leggi e negli apparati dello Stato italiano.
Testi da consultare
Basaglia, F. (1968). L’istituzione negata. Torino: Einaudi.
Castel, R. (1976). L’ordine psichiatrico: L’epoca d’oro dell’alienismo. Milano: Feltrinelli.
Cohen, S. (1972). Folk Devils and Moral Panics: The Creation of the Mods and Rockers. London: MacGibbon & Kee.
Dörner, K. (2018). Il borghese e il folle: Storia sociale della psichiatria. Roma: Edizioni Pgreco.
Fanon, F. (1952). Pelle nera, maschere bianche. Trad. it. di S. Chiletti. Pisa: ETS, 2015.
Foucault, M. (1961). Storia della follia nell’età classica. Milano: Rizzoli BUR.
Freud, S. (1919). Il perturbante. In Opere, vol. 9. Torino: Boringhieri.
Goffman, E. (1961). Asylums: Le istituzioni totali. Torino: Einaudi.
Gramsci, A. (1932-1933/1975). Quaderni del carcere, Quaderno 11. Torino: Einaudi.
Klein, M. (1946). Note su alcuni meccanismi schizoidi. International Journal of Psycho-Analysis, 27, 99-110.
Mbembe, A. (2003). Necropolitics. Public Culture, 15(1), 11-40.
Wacquant, L. (2006). Punire i poveri: Il nuovo governo dell’insicurezza sociale. Roma: DeriveApprodi.
Winnicott, D.W. (1965). Sviluppo affettivo e ambiente. Roma: Armando.
Winnicott, D. W. (1974). Fear of breakdown. International Review of Psycho-Analysis, 1, 103-107.
1Riduzione dello stigma attraverso il contatto.P.W. Corrigan, a cura di, On the Stigma of Mental Illness: Practical Strategies for Research and Social Change, American Psychological Association, 2005.
1 Contenzione prona e rischio di morte.M.S. Pollanen et al., “Unexpected Death Related to Restraint for Excited Delirium”, Canadian Medical Association Journal, 158(12), 1998, pp. 1603-1607; Physicians for Human Rights, “Excited Delirium” and Deaths in Police Custody, 2022.
1 Minority stress.I.H. Meyer, “Prejudice, Social Stress, and Mental Health in Lesbian, Gay, and Bisexual Populations: Conceptual Issues and Research Evidence”,Psychological Bulletin, 129(5), 2003, pp. 674-697.
2 Migrazione e psicosi.E. Cantor-Graae e J.P. Selten, “Schizophrenia and Migration: A Meta-Analysis and Review”,American Journal of Psychiatry, 162(1), 2005, pp. 12-24; J.P. Selten, E. van der Ven e F. Termorshuizen, “Migration and Psychosis: A Meta-Analysis of Incidence Studies”,Psychological Medicine, 50(2), 2020, pp. 303-313. Il rischio è più alto per chi emigra da bambino (W. Veling et al., “Age at Migration and Future Risk of Psychotic Disorders among Immigrants in the Netherlands: A 7-Year Incidence Study”,American Journal of Psychiatry, 168(12), 2011, pp. 1278-1285). Cresce con il grado di discriminazione subito dal gruppo (W. Veling et al., “Discrimination and the Incidence of Psychotic Disorders among Ethnic Minorities in The Netherlands”,International Journal of Epidemiology, 36(4), 2007, pp. 761-768). Si attenua dove la propria comunità è numerosa (W. Veling et al., “Ethnic Density of Neighborhoods and Incidence of Psychotic Disorders among Immigrants”,American Journal of Psychiatry, 165(1), 2008, pp. 66-73). Sull’ipotesi della sconfitta sociale: J.P. Selten e E. Cantor-Graae, “Social Defeat: Risk Factor for Schizophrenia?”,British Journal of Psychiatry, 187(2), 2005, pp. 101-102; J.P. Selten et al., “The Social Defeat Hypothesis of Schizophrenia: An Update”,Schizophrenia Bulletin, 39(6), 2013, pp. 1180-1186. Per una discussione critica dell’ipotesi: R. Schalbroeck, “The Social Defeat Hypothesis of Schizophrenia: A Parsimonious Explanation for Multiple Psychosis Risk Factors?”,Psychological Medicine, 2023 (online dal 2020).
3 Razzializzazione, coercizione e uso della forza.P. Barnett et al., “Ethnic Variations in Compulsory Detention under the Mental Health Act: A Systematic Review and Meta-Analysis of International Data”,The Lancet Psychiatry, 6(4), 2019, pp. 305-317. Rispetto ai bianchi, i pazienti caraibici neri hanno un rischio di ricovero coatto circa due volte e mezzo più alto (odds ratio 2,53); per i migranti rispetto ai nativi è di una volta e mezzo. Tra le spiegazioni ricorrenti c’è il maggior contatto con la polizia. Sulla coercizione in salute mentale in generale: M. Aragonés-Calleja e V. Sánchez-Martínez, “Evidence Synthesis on Coercion in Mental Health: An Umbrella Review”,International Journal of Mental Health Nursing, 33(2), 2024, pp. 259-280. Sugli effetti del razzismo di polizia sulla salute: L.S. Hoggard e M.T. Lutchman, “Police-Perpetrated Racism and Health in African American and Black Communities”,Social and Personality Psychology Compass, 18(1), 2024, e12868.
1 Violenza e vittimizzazione.V.A. Hiday et al., “Criminal Victimization of Persons with Severe Mental Illness”, Psychiatric Services, 50(1), 1999, pp. 62-68; L.A. Teplin et al., “Crime Victimization in Adults with Severe Mental Illness: Comparison with the National Crime Victimization Survey”, Archives of General Psychiatry, 62(8), 2005, pp. 911-921. Nello studio di Teplin il tasso di vittimizzazione per reati violenti risultava oltre undici volte più alto che nella popolazione generale.

